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The Medium Recensione PS5

Dell’intrigante The Medium, ve ne ricorderete, avevamo già parlato approfonditamente lo scorso gennaio, quando l’ultima creatura dei ragazzi di Bloober Team (allora esclusiva temporale per Xbox/PC) si rese disponibile ai possessori di GamePass – e non solo – candidandosi come il primo effettivo titolo di nuova generazione, almeno per l’ammiraglia Microsoft. Non che le aspettative fossero basse: Akira Yamaoka alla regia sonora, allusioni e richiami all’universo mai troppo lodato di Silent Hill 2, spruzzate varie di Alan Wake e, non ultimo, un costante rimando alle opere di Zdzisław Beksiński contribuirono a creare un hype ragguardevole attorno al titolo, che di certo lasciava presagire molto più del classico “qualcosa di buono” grazie anche alla lodevole intuizione del Dual Reality System. Poi certo, l’ispiratissima direzione artistica dal fascino mitteleuropeo decadente, unita ad un comparto tecnologico sicuramente all’avanguardia, almeno per le prime settimane di gestazione next gen, gettò ulteriore benzina sul fuoco di The Medium – che, al netto di qualche critica in termini di meccaniche di gioco, riuscì comunque a portare a casa un buon risultato. A distanza di otto mesi dal suo esordio, Bloober Team torna sotto i riflettori con una conversione “nuova di zecca” del proprio titolo più ambizioso, dedicata questa volta a PlayStation 5. Una conversione facile, all’apparenza, che gode al proprio arco di frecce preziose come il supporto al DualSense o all’Audio 3D della neo-ammiraglia Sony. Eppure, pur senza ledere all’intero game system, qualcosa in questa attesa conversione non è andato per il verso giusto: e oggi, ovviamente, vi raccontiamo cosa…

The Medium

La vita, la morte e il dualismo di Bloober

Prima di addentrarci nell’analisi tecnica di questa conversione PS5 (laddove, per ogni dettaglio relativo a storia, gameplay e curiosità vi rimandiamo alla nostra recensione della versione Xbox), preferiamo chiarire ancora una volta un concetto semplice e basilare, almeno per chiunque si sia già approcciato a The Medium, ma utile a chiarire le idee ai neofiti delle avventure di Marianne. The Medium non è un survival horror in senso stretto, non è una versione modernizzata di Silent Hill 2 né, tantomeno, un walking simulator con iterazioni ridotte all’osso. Quella di Bloober è un opera interamente votata alla narrazione, un esempio pregevole di esperienza story-driven dove concetti come la morte, la redenzione o la vendetta (e qui ci fermiamo, onde evitare spoiler) vengono contestualizzati in un universo di gioco non solo funzionale, ma anche abile nel veicolare una forte componente emotiva verso chi stringe il pad tra le mani.

The Medium per PS5 resta in tutto e per tutto lo stesso gioco che otto mesi fa in molti hanno apprezzato, con l’aggiunta di un supporto potenziato per il DualSense di casa Sony. Il concetto esasperato di dualismo, il playthrough compassato con qualche sporadica spruzzata stealth, gli enigmi non certo basilari ma nemmeno mai troppo complessi e, soprattutto, la sua narrazione volutamente criptica che, a singhiozzi, centellina particolari con parsimonia, sino ad accompagnare il giocatore sino al plot twist conclusivo, sono esattamente al proprio posto dove li avevamo lasciati lo scorso Gennaio. Questo per dire, in sintesi, due cose: la prima è che chiunque abbia stra-finito il titolo su PC/Series X lo scorso inverno, difficilmente troverà grandi stimoli – e no, stavolta nemmeno il comparto tecnico rivisitato – per tornare nella cupa Cracovia di Marianne. La seconda, chiunque fosse ancora sprovvisto di una Series X o di un PC decente ma, da fortunato possessore di PS5, volesse provare questa nuova variante del terrore secondo Bloober, sa già cosa troverà nelle circa 15 ore necessarie a raggiungere i titoli di coda.

The Medium

La versione PS5 di The Medium

Come anticipato, il ruolo di protagonista di questa conversione PlayStation 5 spetta a DualSense. Non vi nascondiamo che, al netto dell’utilizzo interessante del pad Sony, avremmo anche gradito un risultato più inebriante in termini di spazializzazione sonora, cosa che con le Pulse 3D avviene soltanto parzialmente: tuttavia è altresì innegabile come, in un’ottica di integrazione delle periferiche nelle dinamiche di gioco, il lavoro di Bloober sia lodevole. Fine a sé stesso in gran parte delle occasioni – e meno impressionante di quanto visto in Astro’s Playroom, a onor del vero – ma comunque lodevole. L’obiettivo dello sviluppatore è chiaro, ed è dare centralità assoluta alla periferica PlayStation rendendola il fulcro attorno a cui girano coinvolgimento e immediatezza. Questo significa far lavorare, nel vero senso della parola, qualsiasi I/O integrato all’interno del pad: a giroscopio, touchpad e speaker vengono affidate un set di funzionalità volte a massimizzare l’immedesimazione con quanto accade sullo schermo. Ecco che dunque dallo speaker di DualSense potremo sentire Il campanello dell’Hotel Niwa che echeggia nel vuoto o, parimenti, i log audio che Marianne scoverà esplorando le varie location di gioco. Potremo usare il trackpad in luogo delle leve destre per ruotare gli oggetti nell’inventario, oppure inclinare il controller per muoverci più comodamente nelle sequenze in prima persona. Il tutto, corroborato da un feedback aptico interessante: i grilletti adattivi portano ancora una volta a casa il risultato, ma è la vibrazione (a tratti, forse, leggermente eccessiva) ad enfatizzare i momenti più evocativi di The Medium. I passi di Marianne, l’eco dei colpi o il fragore del demoniaco inseguitore riescono a veicolare ulteriore ansia grazie al rumble di DualSense, che dona un ulteriore tocco di stile alternando la frequenza della pulsazione luminosa della propria lightbar.

Tutto liscio come l’olio, verrebbe da dire, ma è addentrandoci ulteriormente nella disamina tecnologica che arrivano i punti dolenti. Partiamo dai tempi di caricamento, che pur fugando i brutti ricordi della passata generazione, su PS5 sono decisamente più lunghi (parliamo di un’oscillazione tra i 10 e i 15 secondi in più) rispetto a quanto visto a gennaio. Nulla che impatti drammaticamente il playthrough, trattandosi di un gioco che rifugge ogni frenesia, ma con un hardware competitivo come quello Sony (e un SSD di cui tanto a lungo si è parlato), trovarsi a otto mesi di distanza con caricamenti estesi fa sorridere, ma anche riflettere. In termini di mera grafica, abbiamo notato come la versione PS5 risulti meno sgargiante e “nitida” rispetto alla controparte: l’illuminazione dinamica e i giochi di luce creati dalle superfici riflettenti sembrano vittime di un grosso ridimensionamento, fattore che rende meno d’impatto la resa visiva complessiva. Il tutto è da intendersi come conseguenza dell’adozione della risoluzione dinamica su PS5 – che permette di raggiungere un picco di 2160p a fronte dei 900 su Series X: ma basandoci sul famoso primo impatto, a dirsela tutta, meglio qualche slavatura in meno di parecchi p in più sulla verticale.

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Alberto Destro

Alberto Destro

Quando il Signore regalava agli uomini l'arte della scrittura, probabilmente ero al bagno.

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