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The Medium | Recensione

The Medium ha inevitabilmente fatto parlare tanto di sè: in parte per il forte richiamo alla saga di Silent Hill che manca così tanto agli appassionati dell’horror più artistico ed emozionale, interiore e meno scontato, in parte per la presenza del famosissimo Akira Yamaoka che sviluppò le colonne sonore del succitato capolavoro, in parte per la criptica scelta di abbandonare lo sviluppo del suo titolo sulle console old gen a favore di una buona resa su quelle di nuova generazione. Bloober Team in questi mesi ha saputo creare una certa aspettativa nei propri confronti, fatta di promesse di un prodotto finalmente in grado di soddisfare quella parte del pubblico che vuole più profondità nelle trame, assieme a quella che ha voglia di un’innovazione quantomeno radicale applicata ad un genere perlopiù fatto di jumpscare, e non inquietudine. Oltretutto, raccogliendo a piene mani dall’ottima esperienza lasciata da Observer, il Bloober Team ha deciso di mettere anche in questo lavoro qualcosa di distintivo e personale – in questo caso la patria, rievocando momenti storici piuttosto bui per il paese. La domanda che vi starete facendo è se (e quanto) ne sia valsa la pena. Curiosi di saperlo? Continuate a leggere la nostra recensione!

Traghettare le anime dei perduti

The Medium
La storia di The Medium si ambienta a Cracovia, nella Polonia verso la fine degli anni ’90 e ci parla di Marianne, una giovane che fin da bambina ha l’incredibile potere di visitare il Mondo degli Spiriti – un posto polveroso, inospitale, marcio e arrugginito nel quale le anime dei defunti che hanno qualcosa in sospeso continuano a sostare in attesa di un riscatto, una liberazione che li lasci definitivamente trapassare. Questo potere, che a volte viene definito maledizione e che la protagonista ha scelto di considerare un dono, le permette non solo di comunicare con gli spiriti dei defunti per aiutarli nel trapasso nel modo più sereno possibile, ma anche di interagire con quel mondo in maniera varia.
La storia di Marianne inizia nel momento più triste – l’ultimo saluto all’uomo più importante della sua vita, il suo padre adottivo che l’ha prelevata dall’orfanotrofio e l’ha aiutata a considerare le sue doti come una benedizione, e non come una dannazione da odiare o isolare. Poco dopo, la telefonata di un misterioso uomo, Thomas, la fa sobbalzare: costui le chiede aiuto, dicendole di raggiungere il NIWA Resort, un hotel abbandonato da tempo che secondo certe dicerie è stato teatro di un vero e proprio massacro molti decenni prima.

Gioco di specchi

The Medium
Com’era chiaro fin dalle prime presentazioni, The Medium è un gioco che prende molto dagli horror giapponesi di vecchia scuola. Bloober Team si prende la responsabilità di inserire alcuni jumpscare, ma rispetto ai precedenti titoli (Layers of Fear e Blair Witch) sono in numero decisamente limitato rispetto a quanto ci si possa aspettare da un titolo di genere horror, ma soprattutto sono tutti quanti azzeccati e gestiti ad arte – una dimostrazione del fatto che, in determinate occasioni, è meglio far maturare la tensione fino al punto di rottura piuttosto che insensibilizzare il giocatore mettendo troppi elementi che non vengono metabolizzati nella giusta maniera. Salta subito all’occhio anche il metodo di costruzione del gioco, con la volontà di variare spesso e di implementare buone idee distribuite in maniera ottimale, in modo che il titolo non venga a noia nonostante un ritmo ed uno svolgimento tendenzialmente lenti.
The Medium si gioca come si giocherebbe ad un vecchio Resident Evil, ma senza le pistole. Possiamo muovere Marianne nelle varie ambientazioni che non si limiteranno a quelle dell’hotel fatiscente, attraverso una telecamera ad angolazione fissa che può risultare tanto angosciante quanto ingombrante. Come le sue fonti di ispirazione, anche The Medium mira a farci sentire sempre osservati, esposti al pericolo che potrebbe essere in agguato appena al di fuori della nostra visuale.
Il gameplay nella sostanza è abbastanza semplice e intuitivo: esploreremo la maggior parte delle sezioni alla ricerca di oggetti nascosti, scovandoli per risolvere enigmi (usandoli o combinandoli attraverso una semplice interfaccia di inventario in cui sono presenti le note ed i documenti raccolti) oppure superando nemici davanti ai quali siamo impotenti, suddividendo il nostro tempo tra le diverse realtà: a volte saremo solo Marianne negli anni ’90, a volte saremo solo la Marianne del mondo degli spiriti mentre più spesso saremo entrambe contemporaneamente. Il trucco che ci permette di vedere entrambe le dimensioni allo stesso tempo viene gestito con la divisione dello schermo a metà: tutti gli input che influenzano una dimensione si riflettono sull’altra, ma le cose si complicano quando ci imbattiamo in sostanziali differenze nel terreno (una scala esistente in una dimensione, ma crollata nell’altra) o davanti a nemici che vivono solo in uno dei due mondi. Il team di sviluppo di The Medium non si è spinto troppo in là con questa idea, lasciando che gli enigmi rimanessero abbastanza semplici e che i “blocchi stradali” nel percorso fossero quelli sufficienti a mantenere un ritmo coerente con l’introspezione della storia raccontata, ma è appunto perché queste scelte si allineano bene alla trama che queste attività di ricerca alternate alle sequenze stealth non pesano al giocatore, con la complicità di un’ottima gestione nell’alternarsi delle stesse.
L’esperienza simultanea nei due mondi rimane comunque l’essenza del gioco: fluida e non invasiva, rinnova la meccanica dell’interazione con l’ambiente (che nella vecchia guardia si svolgeva spesso in maniera alternata) portandola su due livelli visibili agli occhi del giocatore, che deve muoversi e agire contemporaneamente tenendo conto di essere su due diversi piani di esistenza. Inoltre, il mondo reale e quello spirituale interagiscono e si influenzano in quanto dipendenti l’uno dall’altro, rendendo necessario osservarli entrambi senza che questo venga percepito come una forzatura, sia dal giocatore che in termini di game design, ovvero di estetica applicata alla struttura.
In molti casi Marianne si vedrà costretta a ricorrere all’esperienza “extrasensoriale” per superare determinati segmenti, che a tutti gli effetti ci accorda la possibilità di abbandonare il proprio corpo fisico per controllare quello spirituale. Anche quest’azione ha il suo grado di pericolo, però: il mondo spirituale è una specie di buco nero che risucchia l’esistenza stessa dei suoi abitanti e che non tarderà a divorare la protagonista se si dilungherà troppo al suo interno, effetto che The Medium rende graficamente facendo lentamente sparire il corpo spirituale di Marianne e che resta durante cutscene e filmati.

The Medium
Imparare a recarci sul piano spirituale per quanto basta si rivela davvero utile quando ci troviamo davanti l’essere minaccioso soprannominato “le Fauci”, una creatura nativa di quel mondo che non dà pace alla protagonista, inseguendola senza sosta. Marianne non la può combattere – così come noi stessi non potremmo combattere un’entità sovrannaturale che non ha corpo nel nostro mondo – e di conseguenza tutto The Medium si sviluppa attorno alla nostra capacità di reagire e confrontarci con questo pericolo grazie all’ingegno, ad una buona dose di tempismo ed una ancor più grande dose di fortuna. Se le Fauci ci dovessero raggiungere sarebbe game over per noi, ma la protagonista ha a sua disposizione un’ultima difesa, sempre nel caso avessimo accumulato il potere spirituale necessario per un’esplosione.
Sulle fasi stealth c’è poco da dire, ad essere onesti sono le meno convincenti del gioco per colpa di una certa goffaggine nei movimenti della protagonista e della telecamera fissa che, da tempo oramai, non ci aiuta negli spostamenti a causa di inquadrature non troppo studiate. Se si parla invece degli enigmi, il titolo ce ne presenta una buona quantità a mani basse: il cervello è la nostra unica arma e dobbiamo usarla. I puzzle non sono complessi da affrontare nella sostanza, ma sono ben articolati e a volte suddivisi in più fasi sui due piani di esistenza che si alternano, e che li rendono veramente interessanti e godibili.
Oltre a questo, The Medium va tendenzialmente contro corrente in un vasto panorama di open world che richiedono spesso un grande numero di ore per il completamento. Il titolo è stato volutamente sviluppato per essere grossomodo un’esperienza lineare di cui fruire per dieci, quindi ore al massimo, al punto che la stessa esplorazione si riduce all’individuare il dettaglio importante nella zona in cui ci stiamo muovendo. Particolare la scelta di passare da terza a prima persona durante l’esame di un punto di interesse, dettaglio che accresce la tensione e che aiuta a concentrarsi su eventuali punti stonati che ci potrebbero interessare, aiutandoci ad individuarli e nel contempo facendoci sperare che nulla stia strisciando alle nostre spalle. La distribuzione tra puzzle e narrazione è ben bilanciata, anche se ogni tanto il ritmo non viene alterato efficacemente, e ci sono quindi occasioni in cui si percepisce la linearità che ha caratterizzato i precedenti lavori dello studio.

Un dolce ritorno ai ricordi con qualche nota stonata


In The Medium è stato eseguito un lavoro certosino sulla grafica, che presta un’attenzione maniacale ai piccoli dettagli e alle atmosfere. Anche se le prestazioni ogni tanto calano assieme al frame rate, siamo davanti ad un lavoro eccezionalmente curato ed ispirato che ricorda Silent Hill molto, molto da vicino quando si parla della realtà di Marianne, e che si ispira agli inferni angoscianti e terribili del pittore polacco Beksiński nel mondo spiritico, in cui sono ricorrenti figure dal volto bendato e deturpato, paesaggi aridi e desolati, oggetti corrosi o in decomposizione e corpi mutilati. Bloober Team si rifà a quell’estetica specifica in questi frangenti, dipingendo il dolore e la terribile angoscia di chi ha diversi conti in sospeso con la propria vita con colori vibranti.
Parlando di ambienti, se da una parte abbiamo il Niwa Resort nel mondo reale, stratificato, concreto, opprimente ed estremamente ricco di dettagli dal soffitto al pavimento (comprese vecchie riviste polacche increspate dall’umidità e oggetti accatastati ovunque), dall’altro abbiamo il Niwa del mondo spiritico fatto di muri di carne umana, cadaveri incompleti e falene spettrali, il tutto coperto da quella patina di polvere e ruggine così cara ai vecchi giocatori di Silent Hill da diventare un lascito. L’ambiente di entrambi i mondi è così oscuro ed evocativo da dare la sensazione di non essere mai davvero al sicuro, e la sensazione diventa pungente nelle parti in cui scompare lo schermo condiviso, alimentando l’ansia: “cosa ci sarà dall’altra parte?” e “cosa verrà dopo?” ci si chiede in continuazione, durante l’attesa. La gestione prettamente cinematografica dei filmati fa il resto del lavoro, offrendo delle inquadrature ben studiate e differenti per i due mondi coinvolti contemporaneamente, ed enfatizzando i dettagli migliori di entrambi.
I modelli dei personaggi, al contrario delle aree che visiteremo, mancano invece di particolari e contrastano con la qualità generale del resto dell’opera: Marianne ha un aspetto che ricorda quello di una bambola di porcellana, tollerabile come scelta stilistica nel mondo spiritico (dove cambia anche colore di capelli e incarnato), ma che non è affatto realistico quando si tratta del nostro piano di realtà. Inoltre le sue animazioni risultano troppo spesso rigide e goffe, elemento che indebolisce notevolmente le parti stealth, ed i movimenti non sembrano sempre ben in relazione con gli oggetti o le superfici con cui sta interagendo nonostante non vi siano input-lag. Le aspettative erano già alte all’annuncio di The Medium, ma l’asticella è stata ulteriormente alzata dall’annuncio della partecipazione di compositori del calibro di Arkadiusz Reikowski di Stranger Things e del famoso Akira Yamaoka, che ha composto le musiche diventate iconiche per la saga di Silent Hill. La colonna sonora inquietante e malinconica non tradisce la nostra fiducia, riuscendo ad accompagnarci nel nostro viaggio con Marianne senza sovrastare mai l’azione, permeando ogni interazione – tranne quando il silenzio cala. Chi ha giocato alle vecchie glorie si sentirà investito dalla cenere di Silent Hill, perché le tonalità sono particolari e riconoscibilissime. La musica mantiene sempre una nota pacata e malinconica, fino a diventare intensa e vibrante quando siamo costretti a fuggire per la nostra vita. Ogni corridoio fatiscente sembra vivo grazie ad uno dei migliori audio posizionali finora sentiti in un gioco, che vanta di echi realistici che rimbalzano sulle pareti dei tunnel e sui canali audio delle nostre cuffie.

Il comparto sonoro, nonostante le musiche sopraffine, non sembrerebbe completo senza lo spettacolare cast vocale di The Medium: dall’intrepida Marianne, travagliata dal presente e dal passato, all’enigmatico Thomas, fino ad arrivare alle Fauci che prendono vita dalla voce di Troy Baker, ogni personaggio sembra realizzato con un’eccezionale profondità e completo di diverse sfaccettature in grado di renderlo più che tridimensionale. E’ facile coinvolgere così il giocatore nelle diverse storie, con personaggi che cercano di fare la cosa giusta in un mondo pieno di ingiustizie.
Un altro punto a favore di The Medium è la volontà di Bloober Team nel creare una storia fruibile in qualche ora. Il titolo non ci tratterrà per più di dieci, quindici ore, facendoci nel frattempo vivere in punta di piedi, in allerta ad ogni rumore incompreso o sagoma intravista nel buio. I collezionabili, i documenti e gli echi hanno solo un certo valore a livello di rigiocabilità, in quanto servono meglio a comprendere gli eventi che ruotano attorno alla storia di Marianne ma non sono fondamentali al procedere della narrazione. L’ottima implementazione di questi elementi fa sì che la storia rimanga perfettamente comprensibile a prescindere dal loro ritrovamento.
Come si era già detto prima, The Medium presenta numerosi cali di frame rate e qualche caricamento in ritardo delle texture. Anche la velocità dei caricamenti non è ancora il massimo per una produzione di questo tipo, ma non risulta comunque eccessivamente tediosa. I comandi invece rispondono bene sia da tastiera che da pad, sono disposti in maniera intuitiva e il gioco gode di un’ottima pulizia dai bug.
The Medium è localizzato in italiano per interfaccia e sottotitoli, fatta eccezione per l’audio che rimane in inglese. Per chi dovesse avere difficoltà di lettura, è persino presente la possibilità di personalizzare la visualizzazione dei sottotitoli in grandezza e densità.

Versione testata: PC
Piattaforme: PC (via Epic o Steam), Xbox series X/S