Tante produzioni amate nell’intera storia del videogioco fanno parte di quel mondo un po’ strano e inquietante che è il genere horror, così vario e sottile da meritare delle definizioni per ogni titolo che ci passa sotto mano. Esistono giochi smaccatamente splatter che per impaurire il giocatore puntano tutto a versargli palate di sangue addosso sperando nell’effetto “ghiaccio nei pantaloni”, o in quel saltone da brivido che lascia sulla sedia esterrefatti (e con una lavatrice in più da fare), e ci sono quelle produzioni che tendono ad essere più versatili riscuotendo successo nel timore di come muoversi e far tutto, come ha saputo fare Silent Hill o il più vicino Outlast. Essendo le produzioni indie in continuo aumento, specie quest’anno, non è difficile imbattersi in un horror, una qualche mosca bianca ben gestita, narrata, strutturata e tecnicamente ineccepibile. Più spesso invece ci troviamo davanti a prodotti che si creano attorno un’aspettativa, per poi arrivare al traguardo in maniera piuttosto rovinosa e non eclatante. Se nel bene o nel male Dollhouse le ha rispettate, lo andremo a scoprire ora, eviscerando l’essenza di questo noir.

A spasso con Dylan Dog (quasi)

L’avventura a cavallo tra il noir e il survival horror che costituisce l’ambientazione di Dollhouse è ispirata ai film degli anni ’50, dove il mondo era pieno di misteri e fortunatamente, anche di speranzosi detective pronti a risolverli. Il gioco ha una trama intricata che richiama l’alone di terrore che circondava i libri di Stephen King, basandosi molto sulla suspance piuttosto che sul terrore, sul “salto sulla sedia” piacevole per alcuni utenti ma poco sfruttato dalle case degli ultimi anni per darci un prodotto che lasci il segno. La storia di Dollhouse parte principalmente da Marie, conosciuta come abilissima detective, ma affetta da una grave amnesia: priva di ricordi, sta cercando di ricostruire e scoprire il suo passato. Marie è contemporaneamente alle prese con una terrificante indagine che le permetterebbe di recuperare la memoria, se non fosse perseguitata da una strana entità e circondata da inquietanti manichini semoventi, che le faranno rischiare la vita durante la ricerca della verità su sè stessa. La trama è alla base del gioco in quanto viene influenzata dal modo di muoversi e dalle scelte: ci sono percorsi che influiscono sulle memorie (dimenticare, oppure ricordare) e dipinti da scartabellare, particolari che si troveranno ad influenzere la storia, da modo che il giocatore possa creare la sua esperienza di gioco personale e variarla anche di molto. Specifichiamo che Dollhouse ha una modalità campagna per il single player ed un’esperienza per i giocatori multiplayer online.

Il coltello va tenuto dalla parte del manico

In Dollhouse il giocatore si troverà a dover gestire in prima persona Marie, dovendo risolvere diverse missioni in ogni mappa generata casualmente, obbiettivi che perlopiù si basano sulla raccolta di collezionabili e sulla risoluzione di puzzle. Ad ogni modo, nè Marie nè il giocatore sanno dove questi siano, e non sono presenti indizi su dove trovarli: proprio per questo gli sviluppatori hanno introdotto una meccanica chiamata “focus” che permetterà di vedere il mondo dagli occhi dei nemici, i manichini (o meglio, del manichino che cerca attivamente di ucciderci attraverso tutta la mappa) e di individuarli con dei segnalini – oggetti, ambienti, stanze e tutto ciò che possa rientrare nel loro campo visivo.

Il focus però è un’arma a doppio taglio, in quanto permetterà al mostro di turno di raggiungerci e individuarci più facilmente. Più il giocatore userà il focus, più facilmente il mostro potrebbe trovarlo e attaccarlo. In Dollhouse, questo costringe ad uno spostamento continuo, in quanto dovremo usare il focus, spostarci per raggiungere gli obbiettivi di missione evitando la morte, e finalmente raccogliere o risolvere il puzzle – una successione che risulta frustrante dopo poche run, in quanto sembra non sia stato fatto nessuno sforzo sotto il punto di vista del level design propinandoci un mondo assurdamente piatto e delle dinamiche non proprio chiare, con alberi di abilità che si fatica a sfruttare al meglio.

Tornando a noi, l’oggetto più facile da identificare e trovare sono le “memorie”, ovvero una collezione di eventi in bobina cinematografica sulla protagonista e sul suo passato, sparsi per il livello. Una volta raccolti, esistono differenti macchine usabili nel livello per visionare e trasformare queste memorie in effettivi film – e le macchine possono editare questi film in modi differenti, fino a cancellarli.

Una volta trovati tutti, al giocatore viene chiesto di entrare in una safe room, una stanza speciale dove gli verrà chiesto di risolvere un puzzle specifico. Il puzzle di per sè non è difficile, ma i mostri continueranno liberamente a cercare Marie e inseguirla mentre il giocatore ha il compito di risolvere il tutto. Esistono anche chiavi per aprire altre stanze, registrazioni che ci possono spiegare in parte l’ambientazione, fotografie collezionabili, oggetti opzionali e altro.

Passando alle abilità, ce n’è in gran varietà, dalle più semplici per generare gessetti agli stock che servono sostanzialmente ad essere spesi per usare le abilità.

Alcune ci permetteranno di vedere le porte per un periodo di tempo o di tenere a bada i mostri per qualche secondo, tutte cose utili che si andranno a sommare nel tempo e costumizzare di giocatore in giocatore, permettendo lo sviluppo di uno stile proprio per la sopravvivenza di Marie.

In Dollhouse, Marie non ha armi, se non una torcia con delle batterie che può usare negli ambienti bui o generando un forte flash. Quest’ultimo può essere usato per distruggere i nemici più deboli e comuni e stordire quelli più forti, concedendole il tempo necessario a scappare, ma per essere usato ha bisogno della carica di un’intera batteria – che comunque, una volta finite quelle recuperabili, si ricaricherà da sola nel tempo. Il comune fascio di luce invece può essere usato per illuminare le stanze buie: quelle senza luce o più comunemente, i livelli a cui verrà a mancare l’illuminazione ogni manciata di minuti. Ci sono una moltitudine di nemici in ogni livello dei sei a disposizione con caratteristiche differenti che ci faranno sfruttare ogni click, flash e abilità mentre il mostro principale continua l’inseguimento. I livelli in sè sono strutturati come labirinti piuttosto limitati ma dove risulta facile perdere l’orientamento e trovarsi a visitare la stessa stanza un numero infinito di volte: fortunatamente per evitare di girare a vuoto per ore ci verranno in aiuto fin da subito i gessetti, utili oggetti in scatola che ci permetteranno di segnare il percorso sui muri e ritrovare la strada nel caso dovessimo correre via all’improvviso dalla macchina o dalla porta che ci interessa.

Un’opzione interessante in Dollhouse è quella di analizzare i nemici per guadagnare dei piccoli premi e capirne il comportamento: risulta utile sapere come questi reagiranno a determinate azioni (ad esempio continuare a guardarli, raccogliere un oggetto), così come i loro punti di forza o debolezza. Questo sempre in linea generale, in quanto ogni livello generato presenta le proprie regole e anche gli inseguitori, assieme ai livelli, potrebbero differire da quelli incontrati in run precedenti.

Personaggi differenti

Al di fuori della campagna principale, è possibile disporre di una modalità multigiocatore online con quattordici personaggi giocabili, in cui metterci nei panni di uno (Faith l’attrice, Vesper la escort malavitosa, e via di questo passo sempre tutto in chiave noir anni ’50) con l’obbiettivo di ucciderne un altro in arene generate casualmente che possono contenere al massimo otto giocatori. L’obbiettivo è di inseguire la propria preda raccogliendo nel frattempo il maggior numero di memorie per vincere, sfuggendo a propria volta da un inseguitore designato e dai manichini che si nascondono nel buio.

Da solo, il Detective non fa la storia

Dopo aver esposto le caratteristiche del gameplay di Dollhouse, che sarebbero il forte del gioco, si passa alle note dolenti che ne abbassano la qualità complessiva. Primo tra tutti, il comparto grafico del gioco, decisamente sotto la media: nonostante l’effetto da vecchia pellicola, sporca e granulosa, sia voluto in alcuni frangenti, nel resto del gioco gli ambienti risultano scarni, ripetitivi e poveri di dettagli, con modelli poligonali sporchi e pixel sgranati che lasciano stupefatti quando si tenta di guardare un oggetto o un nemico da vicino. Le animazioni sono un argomento da non toccare, purtroppo molto legnose, non credibili e che danno un’immeritata staticità ad un gioco che di suo dovrebbe essere molto dinamico.

Sarebbe stato bello se Dollhouse ci avesse presentato dei veri e propri filmati, ma purtroppo il gioco non presenta cutscene degne di nota. I “filmati”, nel senso più lato del termine, sono perlopiù immagini statiche o le famose rielaborazioni delle bobine del passato di Marie. Nel complesso, si sarebbe potuto fare molto meglio.

Per quanto riguarda il sonoro, Dollhouse può vantarsi di buoni effetti audio, che fanno risultare gli ambienti angosciosi e i mostri assidui e terribili nel loro inseguire Marie. Il doppiaggio in lingua inglese rende veramente bene l’idea dello stato d’animo caotico in cui il giocatore, tanto quanto la protagonista, si dovrebbe ritrovare: gli attori sono convincenti, recitano bene il loro ruolo e rendono vivida una storia multisfaccettata che potrebbe essere di volta in volta di mistero, una biografia, un documentario o anche la storia di una famiglia. Senza questa cura nella scrittura dei dialoghi il tutto risulterebbe estremamente piatto e incongruente, considerato che il videogioco punta molto sulla rigiocabilità e sul cambio di ambienti e avvenimenti. Non si può dire che la stessa cura sia stata messa nella traduzione: i sottotitoli in italiano in alcuni casi sono lacunosi, e in altri mancano completamente nella descrizione degli oggetti.

Riferendoci alla longevità, Dollhouse risulta estremamente corto nella durata complessiva che varia dalle quattro alle sei ore a seconda della difficoltà, per allungarsi nel caso il giocatore voglia riniziare il titolo e determinare un altro percorso degli eventi.

Pro:

  • Trama ben costruita
  • Atmosfera inquietante
  • Buon comparto sonoro
  • Dialoghi curati

Contro:

  • Grafica datata e povera
  • Punta troppo sulla rigiocabilità
  • Traduzione in italiano incompleta
  • Dopo qualche run diventa ripetitivo

Piattaforma: Pc, PS4

Pegi: 18+

Longevità: 4-6 ore

Sviluppatore: Creazn Studio

Editore: SOEDESCO Publishing

Lingua: completamente localizzato in inglese – italiano, francese, tedesco, spagnolo (solo sottotitoli e interfaccia)

Anno: maggio 2019

Tipologia: Horror action Indie

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto finale
6
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Erika Berselli
Giocatrice di ruolo e videogiocatorice vorace. Le piace sparire dal vivo quanto fare il ladro o muoversi nello stealth. Amante degli horror (nonostante poi non ci dorma per sua stessa ammissione) e dei gdr.