Perché sulle scatolette di sgombro vendute da LIDL non è presente l’indicazione FAO.
Negli ultimi anni, sempre più consumatori hanno imparato a leggere con attenzione le etichette dei prodotti alimentari, soprattutto quando si tratta di pesce in scatola.

Sapere da dove proviene ciò che mangiamo è diventato un gesto di consapevolezza, ma anche una forma di tutela verso la propria salute e l’ambiente. Eppure, può capitare di trovarsi davanti a un dettaglio mancante, qualcosa che sembra “stonare” con l’idea di trasparenza a cui siamo abituati.
È proprio ciò che è accaduto a diversi clienti dopo aver acquistato i filetti di sgombro grigliati Nixe, marchio distribuito da Lidl. Su alcune confezioni, infatti, non compare la zona FAO, ovvero quella sigla che di solito indica l’area geografica in cui il pesce è stato pescato. Un’assenza che ha sollevato più di una domanda: si tratta di una svista? Di un’irregolarità?
Perché sui filetti di sgombro Lidl manca la zona FAO
La risposta arriva direttamente da Lidl Italia, che ha chiarito il motivo di questa apparente anomalia. Secondo quanto spiegato dall’azienda, le conserve ittiche – come tonno, sgombro o sardine in scatola – rientrano in una categoria merceologica particolare, identificata dal codice doganale 1604. Per questi prodotti, la normativa europea (Regolamento UE n. 1379/2013) non prevede l’obbligo di indicare la zona FAO in etichetta.

In altre parole, anche se per il pesce fresco o congelato è obbligatorio specificare la zona di cattura, per i prodotti trasformati o conservati questa informazione può non essere riportata. La ragione sta nel fatto che, durante la lavorazione industriale, i pesci provenienti da diverse aree di pesca possono essere miscelati, rendendo impossibile o poco utile indicare una singola zona FAO.
Questo significa che l’assenza dell’indicazione sulla confezione dei filetti di sgombro Nixe non rappresenta una violazione della legge, ma è perfettamente conforme alle regole attuali. Tuttavia, per molti consumatori, questa consapevolezza lascia comunque un piccolo senso di incertezza. L’idea di non poter risalire con precisione all’origine del pesce che si porta in tavola può generare dubbi, soprattutto in un contesto dove la tracciabilità è percepita come sinonimo di qualità e sicurezza.
È un esempio che invita a riflettere sul rapporto tra normativa alimentare, trasparenza e fiducia: tre aspetti che, pur muovendosi su piani diversi, finiscono spesso per intrecciarsi ogni volta che si solleva una semplice ma legittima domanda su ciò che mangiamo.
