Parlare di Dragon Quest VII Reimagined all’alba del 2026 richiede rispetto e conoscenza. Stiamo parlando, infatti, del remake di uno degli J-Rpg più conosciuti di sempre, nonostante scelte di distribuzione “a ostacoli” che impedirono per molto tempo a gran parte del mercato di poter fruire di questa gemma preziosa. Tra mancate traduzioni e conversioni per mercati EMEA tardive, eccoci a mettere, pur con ben ventisei anni di ritardo rispetto all’uscita originale, le mani su un prodotto più unico che raro, frutto di sinergie artistiche di grandissima caratura. Sarà dunque valsa la pena di attendere oltre cinque lustri per avere una versione accessibile a chiunque? La risposta è ASSOLUTAMENTE SI. Ma andiamo con calma e scopriamone di più, con la nostra recensione di Dragon Quest VII Reimagined.
Attualizzare, ma con rispetto

Come accennato pocanzi, la realizzazione di Dragon Quest VII Reimagined ha richiesto un approccio ben più che rispettoso al materiale originale. Il settimo capitolo di Dragon Quest, originariamente pubblicato nell’oramai lontano 2000 sulla primissima PlayStation, fu quello che, a dispetto di una distribuzione limitata ai soli territori giapponesi ed americani, sancì il definitivo successo della saga, dando il via alla pubblicazione dei capitoli successivi anche nelle zone EMEA.
Alla rodatissima struttura ludica, impiantata su un comparto narrativo richiedente ben più di cento ore per il completamento, venne aggiunta la consulenza artistica di un certo Akira Toriyama per il design dei personaggi. Il comparto musicale, diretto ed orchestrato da Kōichi Sugiyama, scomparso nel 2021, è stato, per anni, punto di riferimento per il segmento: da tutto ciò si evince la grandissima caratura, oltre che la ragione di un successo planetario, di questa produzione oltre che, ovviamente, la necessità di porre attenzione peculiare nella trattazione del materiale di origine, per la realizzazione di un remake degno di esser chiamato tale.
Ad ausiliare detta operazione, giunge però la versione 3Ds, edita nel 2015 e rilasciata l’anno successivo nei territori europei, grazie alla quale, per la prima volta nella sua storia, il mercato occidentale da questa parte dell’oceano, ebbe la possibilità di fruire di questa pietra miliare degli J-Rpg.
Così lontano, così attuale

Ventisei anni, in ambito videoludico, rappresentano una eternità, vista anche la velocità evolutiva di un mercato capace di estromettere, per le ragioni più svariate, titoli ben meno vetusti dalla lista dei giochi universalmente apprezzati e, ovviamente, godibili nonostante le primavere passate dal dayone originario. Va da sè, dunque, che una attualizzazione sotto forma di remake debba tener conto anche dell’età anagrafica del titolo e ragionare su come e cosa lavorare per smussare spigoli attualmente non più sopportabili, da parte di una utenza sempre meno paziente e tollerante.
Dragon Quest VII Reimagined ha la fortuna, però, di avere nel suo diretto antesignano un modello pressochè perfetto di J-Rpg che, al netto di qualche endemica peculiarità, stravince la prova del tempo, mostrando dinamiche tanto di gameplay quanto narrative di primissimo ordine e, va da sè, attualissime e fruibilissime, a quasi trenta anni dal day one originario. Ciò non vuol dire che questo titolo sia una riproposizione 1:1, aggiornato graficamente, del Dragon Quest VII del 2000 (per quello ci si può rivolgere, tranquillamente, alla pur eccelsa versione 3Ds): la versione Reimagined ha subito, ovviamente, modifiche nella quality of life e aggiornamenti capaci di snellire un comparto narrativo che, pur brillante ed assolutamente attuale, avrebbe rischiato di tediare gli utenti meno smaliziati e pazienti.
Come risultato di questa opera di svecchiamento, un manuale di ciò che dovrebbe essere un remake, da distribuire a tutte le software house in circolazone, otteniamo un titolo mai pesante, utilizzabile e gradibilissimo, tanto per gli utenti di vecchia data, che hanno già spolpato il Dragon Quest VII originario, quanto agli appassionati di J-Rpg dell’ultima ora che, per mere ragioni anagrafiche, non ebbero la possibilità di buttare ore ed ore nel prodotto Square Enix del 2000.
Innovare rispettando la tradizione

Dragon Quest VII Reimagined rappresenta, tout-court, una ricostruzione da zero del gioco originario riprogrammato e reso compatibile con tutte le piattaforme di corrente generazione (e con la prima generazione di Nintendo Switch), con adeguamenti di quality of life inerenti il combat system ed un palese overhaul grafico.
Le finissime miniature 2D realizzate dal compianto Akira Toryiama sono state infatti riprogettate sotto forma di “modellino 3D” in modo da preservare l’autenticità del tratto originario, attualizzandole e permettendo di integrarle in un mondo anche esso riprogettato dalle fondamenta, passando da una piatta bidimensionalità ad una finta tridimensionalità, con telecamera dinamica gestibile dal giocatore. Esteticamente parlando, il mondo di gioco vede i modellini 3D di cui sopra, innestati in una tara estetica diorama style, capace di donare profondità e vividezza ad un background di ventisei anni fa, ribadisco, completamente riprogettato dalle fondamenta.
E, credetemi, vedere tornare in vita i personaggi conosciuti più di venti anni fa, ed assistere alle iconiche scene di combattimento viste nella versione originaria (e riviste, debitamente rivisitate nelle versione 3Ds), ma animate con uno stile grafico peculiare ma rispettoso della tradizione, rappresenta un tuffo al cuore per gli appassionati della saga.
Remake o remaster? E con quali novità?

Il processo di aggiornamento del Dragon Quest VII originario ha richiesto una valutazione specifica inerente la trattazione del materiale. DQVII è infatti il primo titolo, dopo quelli pubblicati su SNES, a vedere la luce su PlayStation: questo passaggio permise di inserire una storyline lunghissima (di oltre cento ore) e una serie di novità tanto nel combat system, quanto grafiche, molto numerose. Appunto per questo motivo è stato necessario pensare Dragon Quest VII Reimagined come un remake, non fosse altro per rendere giustuzia alla grandezza del prodotto originario.
Tanto il combat system, quanto la storia, pur basandosi su solide fondamenta, hanno subito modifiche e variazioni atte a snellirli e a renderli più fruibili ai giocatori odierni. Mentre i dialoghi sono stati fatti più “immediati” introducendo, per la prima volta, la localizzazione testuale in italiano, la storia è stata modificata, tagliando e aggiungendo alla bisogna, per rendere il tutto meno frustrante e per svecchiare le dinamiche di backtracking che, nel caso del prodotto originario, rappresentavano una parte cospicua della progressione.
Assistiamo, dunque, alla eliminazione di ben tre isole dalla storyline: altre quattro isole sono state rese completamente opzionali e, comunque, non funzionali alla pedissequa progressione nell’arco narrativo. Parimenti, però, rispetto alle versioni PlayStation e 3Ds, assistiamo all’aggiunta di una serie di narrazioni concatenate tra di loro, divagazioni che andranno ad approfondire i legami tra i protagonisti, aggiungendo profondità e caratterizzazione agli stessi, senza spostare di un millimetro, ovviamente, il tono della narrazione.
A subire le maggiori variazioni, nemmeno a dirlo, il combat system. Mutuato direttamente dal sistema di vocazioni già visto in Dragon Quest III e Dragon Quest VI, in Dragon Quest VII Reimagined assistiamo ad una ulteriore evoluzione, nel segno della semplificazione, delle stesse. Ma scopriamone di più.
Si vis pacem, para bellum

Il combat system di Dragon Quest è sempre stato il medesimo: battaglie a turni, con modificatori dati, in questo caso, dal sistema delle vocazioni. Pad alla mano, sembra di essere all’interno di un combattimento tratto da Dragon Quest XI, e non solo per motivazioni squisitamente grafiche. Distaccandosi completamente dal sistema 2D dei Dragon Quest classici, incluso il VII originario, le battaglie prendono vita grazie ad un impianto 3D gradevolissimo, che strizza l’occhio ai disegni di Toryiama, portandoli in vita in tre dimensioni, un po’ come visto, per l’appunto, in Dragon Quest XI.
Le battaglie ora sono molto più veloci e, in caso di encounter di nemici nettamente sottopotenziati, è possibile svolgere quick battles direttamente dalla mappa di gioco, senza ingaggiarli direttamente. In aggiunta a tutto ciò, sarà ora possibile utilizzare, in caso di ingaggio, non una ma due vocazioni, sotto forma di power up, grazie al nuovo sistema moonlight. La scelta del bonus in questione dipenderà dalla tipologia di vocazioni equipaggiate al momento dello scontro. In aggiunta a ciò, sarà possibile cambiare vocazioni con la pressione di un tasto (che ci permetterà di accedere ad un menù contestuale), senza aver bisogno di tornare, ogni volta alla Alltrades Abbey, come succedeva in origine.
Sarà inoltre possibile (finalmente, direi) regolare la difficoltà dei combattimenti e, contestualmente, il numero di punti exp guadagnati da ogni singolo scontro , i danni inflitti ed il denaro derivante da ogni battaglia. Tutto ciò, completamente opzionale, permetterà di godere tanto della esperienza originale (diretta e punitiva) quanto di una versione alleggerita ma, non per questo, meno stimolante.
La recensione in breve
Dragon Quest VII Reimagined si presenta come il miglior remake possibile di un gioco di oltre venticinque anni fa, rendendolo fruibile e godibile anche dai gamer meno attempati ed in cerca di una sfida più leggera. Riprogettato dalle fondamenta, Dragon Quest VII Reimagined ci porta a contatto con una grafica completamente ridisegnata, ma rispettosa della pesante eredità di Akira Toryiama e di un combat system rivisitato, semplificato ed approfondito al tempo stesso. La eccessiva settorialità di questo prodotto rappresenta il suo principale pregio ed il suo maggior limite. Ciononostante, pur con i suoi anni sulle spalle, siamo sicuri saprà divertire giocatori più o meno vintage.
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voto Game-eXperience
