Ho seguito il Nintendo Direct del 13 Settembre “assieme” ad un collega: io a Roma, comodamente appollaiato sul letto, lui a Milano, seduto alla sua scrivania e munito di popcorn. Molto più di lui, critico d’altri tempi, attendevo con ansia spasmodica l’inizio della diretta e non mancavo di farglielo sapere attraverso WhatsApp, filo diretto tra il mio hype per l’evento e il suo bieco cinismo. Tant’è che, prima dell’inizio della diretta, come un novello Zarathustra, egli tuonò scrivendo “non aspettarti nulla, eccezion fatta per i porting. Anzi, facciamo così, segniamoci ogni titolo riciclato che presentano e alla fine tiriamo le somme”.
Dopo l’inconcepibile E3 di Nintendo, caratterizzato da un Direct di 30 minuti incentrato (quasi) esclusivamente su Super Smash Bros. Ultimate, pensai che questa volta il mio collega si sarebbe dovuto ricredere e che la grande N avrebbe messo finalmente le carte in tavola e placato gli animi inquieti dell’utenza più critica che da mesi accarezza il forcone vicino al comodino del letto. Insomma, c’erano troppe cose in ballo: il nuovo servizio online, il software di sistema 6.0 da lanciare e un 2019 pieno di incertezze da dissipare. Peccato che, seppur odi ammetterlo, ebbe ragione lui: a parte un Luigi’s Mansion 3 annunciato all’inizio, un nuovo progetto di GameFreak (intitolato Town) a metà e un Animal Crossing alla fine del Direct, il resto è stato un lungo, sconfinato, triste rigurgito di porting. E la conta con il mio collega, alla fine, è stata impietosa. Eppure, al termine della diretta, quello che più mi ha lasciato l’amaro in bocca, al di là dei vuoti cosmici che hanno costellato questo 2018, è lo stravolgimento della politica Nintendo nel giro di nemmeno due anni. 

Più volte, di fronte alla stampa, il presidente di Nintendo of America Reggie Fils-Aime ha ripetuto, quasi come fosse un mantra, che “ Nintendo annuncia i giochi solo quando sono pronti”. Insomma, il colosso di Kyoto si è sempre voluto distinguere da Microsoft e Sony, che spesso presentano i propri titoli con uno o due anni di anticipo rispetto alla loro effettiva uscita. Eppure, Nintendo negli ultimi 12 mesi ha tenuto un atteggiamento in controtendenza con le parole di Reggie: Metroid Prime 4; Bayonetta 3; Luigi’s Mansion 3; Animal Crossing. Tutti titoli, insomma, presentati con veloci teaser per alzare il valore delle azioni della grande N ma di cui, a conti fatti, non si sa praticamente nulla; tutti, per di più, promessi per il prossimo anno. Da qui, è facile capire, tornando al discorso porting, perché Nintendo abbia dovuto ripescare dal suo passato decine di titoli come Donkey Kong Country: Tropical Freeze, Captain Toad o New Super Mario Bros. U Deluxe per tappare quei buchi che, sulle piattaforme della concorrenza, vengono colmati ampiamente dalle terze parti. In tal senso, nemmeno ricorrere a titoli vecchi di cinque o sei anni fa (Diablo 3, ad esempio) riesce a placare gli animi soprattutto quando giungono su Switch a prezzi improponibili che facilmente sfiorano i 60 euro.
È facile da qui supporre che il 2018, e forse anche il 2019, siano degli anni di transizione per l’ammiraglia di Nintendo che, per le meno, nel corso di un solo anno sembra riuscita a smuovere le coscienze delle terzi parti. Non stupisce insomma, che un gigante come Square Enix, dopo gli ottimi risultati conseguiti con Octopath Traveler, abbia deciso di aprire una divisione dedicata esclusivamente allo sviluppo di titoli per Switch.
In breve, convincere gli studi esterni a sviluppare titoli dedicati per la console è l’unica strada percorribile da Nintendo per avere maggior respiro sul mercato e dedicare il giusto tempo allo sviluppo interno, senza ricorrere all’abuso di porting (castrati) di giochi recenti o di remaster di produzioni di una decade fa.
Se su questo fronte vi sono margini di miglioramento, prospettive migliori sembrano, allo stato attuale, del tutto assenti per la seconda, grande delusione di questo mese, il servizio Nintendo Online: servizio che, a poco meno di venti euro annuali, permette di giocare online, scaricare una selezione di titoli NES e ricevere alcune sorprese che verranno svelate nel corso dei prossimi mesi. Tutto molto bello, soprattutto per il prezzo: peccato che l’infrastruttura tenuta in piedi (a fatica) da Nintendo non sia nemmeno lontanamente paragonabile a quella della concorrenza, a partire dalla mancanza di server dedicati per i titoli di punta della grande N. Senza contare che, il passaggio al servizio a pagamento non ha giovato in alcun modo all’esperienza online la quale, ancora oggi, costringe i giocatori a ricorrere a una scomoda applicazione sul telefono per gestire i party e comunicare con i propri compagni. Nemmeno i titoli NES rilasciati da Nintendo possono giustificare la spesa del servizio, non tanto per gli anni che portano sulle spalle, ma per la non proprio impeccabile ottimizzazione dei singoli giochi che, si spera, venga migliorata nel corso tempo.

Insomma, volendo tirare le somme, Nintendo sembra ancora lontana dall’aver trovato la quadratura del cerchio con Switch: un gambero che, ad ogni passo in avanti, non riesce a non farne almeno due indietro.

 

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