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Shady Part of Me | Recensione

È difficile non innamorarsi di Shady Part of Me già dai primissimi minuti di gioco. Un amore misto a malinconia, a quella tristezza viscerale tipica di chi si sente solo e sperduto al mondo ma, allo stesso tempo, alla ricerca dell’equilibrio, della pace interiore o, più in generale, di sé stesso. Douze Dixièmes, piccola software house d’oltralpe al servizio di Focus Home Entertainment, mette inaspettatamente in scena uno spettacolo unico e imperdibile, ricreando un percorso introspettivo in cui ciascuno di noi, chi più chi meno, troverà più punti di contatto e spunti di riflessione. Un’analisi psicologia fatta stringendo un pad tra le mani, che danzando soavemente sul dualismo luce-ombra riesce splendidamente a farci ricordare che tutti noi abbiamo un lato più fragile, che fatichiamo spesso a portare alla luce ma che, dopotutto, fa comunque parte di noi. E proprio per questo va accettato.

Shady part of me

Luci e Ombre

Shady Part of Me è un titolo insolito, che mescola gli stilemi del platform 2D e 3D dando vita ad un risultato, complice anche una direzione artistica sublimemente tratteggiata ad acquerelli, a dir poco unico. Un titolo essenziale, che non spreca un solo minuto con introduzioni ampollose o lunghi testi, ma opta per mettere il giocatore da subito nel vivo della storia – lasciandogli scoprire, passo dopo passo, enigma dopo enigma, l’agrodolce verità alla base del legame profondo tra le due protagoniste. Due fanciulle che sembrano appartenere a due universi distinti, che interagiscono quasi timidamente una con l’altra ma che, proprio nell’evoluzione di questa loro collaborazione, sapranno trovare la loro ragion d’essere. E, almeno in parte, un sollievo dai dubbi e dalle angosce che le attanagliano: ed ecco quindi che, un po’ per magia, l’ombra di una ragazzina piena di dubbi incontra una bimba senza nome, vestita di bianco e terrorizzata dalla luce – al punto da non riuscire a muoversi, se non nell’oscurità.

Il concetto di complementarietà è chiaro sin da subito, nella narrazione di Shady Part of Me, e viene tradotto in modo geniale proprio nelle meccaniche di gioco. L’ombra si muove bidimensionalmente, interagendo con le sagome di leve o altri interruttori proiettate sulle pareti e saltando in presenza di eventuali ostacoli. La bimba, dal canto proprio, pur non essendo in grado di saltare potrà muoversi liberamente in uno spazio 3D (ad esclusione, come già anticipato, delle aree illuminate), interagendo con pedane/interruttori o spostando specifici oggetti. Premendo un tasto sarà possibile alternare il controllo delle protagoniste, in modo intuitivo ed immediato: inutile puntualizzare come le azioni di una possano influire sul percorso dell’altra (basti pensare a come cambia su una parete l’ombra di un oggetto, se avvicinato o allontanato da una sorgente di luce). Ultima cosa, ma fondamentale, la possibilità di riavvolgere il tempo in caso di errori o “morti” accidentali: in Shady Part of Me non esiste il concetto di Game Over, una scelta perfettamente in linea con lo spirito introspettivo del titolo. Laddove vi sia un errore, sarà possibile tornare sui propri passi e riavvolgere il tempo fino all’istante desiderato: un modo meno doloroso per imparare dai propri immancabili errori, che esorta allo stesso modo il giocatore a rifuggire dalla frettolosità e a prendersi il proprio tempo, fosse anche solo per risolvere un puzzle più ostico del previsto o per riflettere…

Shady part of me

L’ombra nasce proprio ove vi è la luce.

L’essenzialità di Shady Part of Me, che non offre variazioni sul tema “puzzle-platforming” al netto dell’introduzione di collezionabili speciali – degli origami a forma di colibrì – spesso complicatissimi da raccogliere, non deve trarre in inganno. La forza del titolo di Douze Dixièmes risiede tutta nella sua sensorialità, nella sua capacità di toccare le corde dell’anima del giocatore con immagini, testi e musiche evocativi e coinvolgenti. I dialoghi presenti nel gioco, tanto per iniziare, vantano una complessità e una profondità da far impallidire tre quarti delle produzioni più blasonate sparse per il globo: non solo stupiscono per il modo in cui affrontano la delicata tematica alla base del titolo, ma riescono a donare una profondità e un carattere alle protagoniste che difficilmente avremmo potuto immaginare.

Lo stesso discorso di applica alla direzione artistica, dove la dicotomia Ombra/Luce (o 2D/3D) viene reinterpretata e portata “concretamente” in vita grazie a delle pennellate magistrali di acquerello, che con una delicatezza incredibile delineano stanze, spazi, piccole porzioni di universo in cui la spensieratezza e l’innocenza di un bambino si mescolano in modo viscerale alle sue paure più grandi. Un qualcosa di Burtoniano, passateci il paragone, capace di levare il fiato per tutte le sette ore circa di playthrough. Il tutto accompagnato da una colonna sonora leggera come una carezza, ma non per questo incapace di trasmettere emozioni – siano esse dolci e soffuse, ma anche legate al timore, all’ansia o alla disperazione.

Shady part of me

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