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RECENSIONI

Sense – A Cyberpunk Ghost Story | Recensione

Avete presente quando organizzate la serata per un appuntamento al buio, andate in un locale pronti ad incontrare la persona in questione e poi vi risvegliate in un appartamento infestato dai fantasmi di persone morte orrendamente anni prima? Se non vi è mai capitato, è possibile che la vostra vita sia decisamente meno interessante di quella immaginata dallo sviluppatore indipendente Suzaku. Il titolo che ci apprestiamo ad esaminare si piazza agevolmente nella categoria delle avventure grafiche, ma con interessanti meccaniche aggiuntive che (nella mente del developer) servono ad aggirare i classici difetti del genere. Avrà funzionato? Scopriamolo insieme mentre ci aggiriamo tra le strade oscure di una Hong Kong del futuro in Sense – A Cyberpunk Ghost Story.

Bassifondi al Neon

La storia ci catapulta a Neo Hong Kong, durante il mese di Agosto dell’anno 2084. La protagonista della storia è una ragazza di nome Mei-Lin che (come anticipato nell’incipit dell’articolo) si sta recando in un night club per un appuntamento. La città è oscura, con forti contrasti tra le zone nerissime d’ombra e le lui sfolgoranti (ma ovattate) delle insegne al neon e delle immagini olografiche proiettate a scopo commerciale. La nostra protagonista, come molti altri in questo futuro distopico, ha il corpo modificato da impianti biomeccanici: i suoi occhi infatti sono artificiali. Una volta raggiunta la sua meta, Mei si accorge che i suoi occhi sembrano avere qualche problema “tecnico” e si infila nel bagno delle donne per sistemarli con calma. Una volta lasciata la stanza però, la ragazza nota subito un dettaglio importante: la discoteca è scomparsa, la pista da ballo è stata rimpiazzata da un corridoio spoglio. Per qualche motivo Mei non si trova più nel luogo di prima, ma è ora imprigionata in un edificio dismesso e dal passato apparentemente oscuro. Presenze sovrannaturali permeano il palazzo fatiscente e la nostra protagonista dovrà armarsi di coraggio ed astuzia per riguadagnare la libertà.

Sense – A Cyberpunk Ghost StoryUna città del futuro, ma un mistero che affonda le sue radici nel passato. Va detto che l’idea di mescolare l’ambientazione cyberpunk (riportata alla ribalta dall’arcinoto Cyberpunk 2077) con tematiche narrative che si rifanno alle più classiche “ghost stories” è decisamente buona sulla carta. Il problema di Sense – A Cyberpunk Ghost Story sta nelle variegate scelte errate fatte in sede di sviluppo.

E’ difficile pensare ad una meccanica più legnosa, noiosa e poco intrigante come l’eccessivo backtracking in un’avventura grafica. E se state per dire “il backtracking c’è sempre stato anche nelle vecchie avventure punta-e-clicca” vi fermo sul nascere: il fatto che una meccanica fosse presente (o persino endemica) in titoli di 20-30 anni fa non giustifica di certo la loro presenza in titoli odierni. Nessuno più del sottoscritto sa infatti apprezzare i giochi per ciò che rappresentavano alla loro epoca d’uscita, ma di certo da titoli attuali è lecito aspettarsi qualcosa di diverso.

Avanti e indietro

Quasi tutto in Sense – A Cyberpunk Ghost Story soffre di questa reiterata e difficilmente tollerabile problematica a livello di gameplay. Molte azioni (come l’esaminare oggetti) richiedono spostamenti lenti e penosi, senza poi avere neppure il flebile interesse determinato dalla necessità di risolvere enigmi intriganti. Molte azioni si basano su semplicissimi ragionamenti logici ai quali chiunque potrebbe arrivare: di fatto ci si trova a doversi spostare “solo” perché occorre un oggetto dal chiarissimo utilizzo ma è necessario andare a recuperarlo e poi a ritroso tornare indietro.

Alcuni potrebbero pensare che “c’è un po’ di Silent Hill in tutto questo” (soprattutto del quarto episodio) ma vorrei evitare bestemmie involontarie. La celebre serie targata Konami, soprattutto per i primi quattro episodi) poteva vantare uno spessore meta-narrativo ed un’atmosfera che è ben lontana da ciò che si può assaporare in Sense – A Cyberpunk Ghost Story, anche se qui (va detto) il gioco si difende meglio che in altri ambiti. Nonostante, a detta stessa degli sviluppatori, il titolo sia ispirato a Clock Tower e Fatal Frame/Project Zero, è difficile ritrovare di più di mere derivazioni. Tutto ciò che ha reso ottimi questi titoli si ritrova difficilmente mentre vaghiamo avanti e indietro nelle desolate locations di questo gioco.

Sense – A Cyberpunk Ghost StoryVanno sommate anche alcune scelte di design discutibili, come l’approccio ai fantasmi (nemici in grado di uccidere con un singolo colpo) da gestire tramite QTE non sempre ben bilanciati e suscettibili al fallimento in modo non completamente imputabile al giocatore. In definitiva si parla di un titolo afflitto da un backtracking esageratamente presente, meccaniche non proprio piacevoli ed il resto che si allinea perfettamente con i due classici dai quali il gioco vuole prendere spunto (appunto, Clock Tower e Project Zero) senza tuttavia arrivare a certi livelli qualitativi.

Dulcis in fundo, il comparto grafico si difende benissimo da una parte ma fallisce miseramente dall’altra. Se Sense – A Cyberpunk Ghost Story presenta infatti fondali decisamente belli da vedere e musiche/effetti sonori piacevoli, sono anche presenti animazioni in stile “puppet” davvero pessime da vedere e che (purtroppo) funestano il nostro sguardo ad ogni passo della protagonista. Sense – A Cyberpunk Ghost Story è un titolo con tanti, troppi difetti per poter essere consigliato, al netto di alcuni innegabili pregi che ne alzano il valore seppur in modo non sufficiente.

Versione disponibile: PS4, Switch, PC

Versione testata: PS4

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