Amazon che vende frutta da Whole Foods, Facebook che fa politica, Airbnb che propone camere d’hotel e… Se Google facesse videogiochi?
Più i grandi colossi dell’high-tech si rafforzano sulle loro posizioni dominanti, più i loro investimenti si muovono verso business adiacenti e, sfruttando le risorse e le competenze dei business principali (core business), cercano le cosiddette “sinergie” per generare vantaggio competitivo e performare nel business adiacente in modo più efficiente ed efficace.
Vi ho perso? In parole povere, se già faccio biciclette, magari passo ai “tricicli per bimbi” con gli stessi macchinari, manodopera e competenze e cerco di accapparrarmi la nicchia “tricicli per bimbi” in modo rapido e profittevole.
Come citavo a inizio articolo, di esempi di queste naturali tendenze corporative ce ne sono moltissimi. E quindi ripeto la domanda: ma se Google facesse videogiochi? 

1. L’articolo di Kotaku
Qualche giorno fa Kotaku ha pubblicato un articolo citando fonti “oscure” e riportando rumor di un’imminente “all-in” nella nostra industria da parte del colosso Alphabet. Kotaku prende i rumor con le pinze, ricordando alcuni test falliti (o meglio, mai materializzati) da parte dell’azienda. Tuttavia, fra la GDC a Marzo e l’E3 qualche settimana fa, i rumor si fanno sempre più incalzanti: Alphabet/Google starebbe lavorando su Yeti, nome in codice per (niente popò di meno che…) una piattaforma di game streaming, che permetterebbe di giocare a The Division 2 su Amiga sfruttando il computing power dal centro Google/Yeti più vicino a te. Non finisce qui: Google starebbe lavorando su un hardware. Xbox 2, PS5 e Yeti all’orizzonte?

2. Google ha le basi per diventare un colosso?
Google è già “entrata” nel mercato dei giochi con il suo app store Android Market nel 2008. Prendendo un margine del 30% sulle app a pagamento e acquisti in-app (che è stato recentemente abbassato al 15%), ha trasformato i giochi per dispositivi mobili in un flusso di cash molto redditizio. Google ha poi sostituito Android Market con Google Play, una vetrina digitale più diversificata per giochi, video, libri e altri contenuti. Nel 2013 ha lanciato Google Play Games, un servizio di gioco online che ha aggiunto ai giochi Android funzionalità multiplayer, salvataggi cloud, risultati e classifiche social. Nel 2014 si è cercato di espandere l’ecosistema acquistando Twitch, la più grande piattaforma di streaming per videogiochi al mondo. Sfortunatamente, Amazon si intromise e acquistò Twitch per 1,1 miliardi USD. Google ha cercato poi di replicare Twitch con YouTube Gaming, ma la piattaforma è ancora lontana da essere paragonabile. Nel frattempo, gli OEM nel settore dell’entertainment hanno iniziato a lanciare TV Android e altri prodotti basati sulle fondamenta Google. Alcuni di questi, come NVIDIA Shield, erano mirati al solo mercato del gaming. L’idea di lanciare giochi Android di fascia alta su tablet e TV sembrava promettente, ma molti sviluppatori erano solo concentrati sui dispositivi touchscreen, il che ha frammentato l’ecosistema di gioco Android (giustamente, visto che la massa di utenza mobile/Android gaming è su smartphone). Google ha quindi a sua volta focalizzato la sua attenzione sui soli dispositivi mobile, e la sua Niantic ha lanciato il tormentone Pokémon Go nel 2016. Il successo del gioco ha fatto pensare a un futuro roseo per i giochi di realtà aumentata (AR). Ciò ha portato Google ad introdurre ARCore, una piattaforma di sviluppo per i giochi AR, lo scorso anno. Gli sforzi di Google nell’ambito sembrano frammentati, ma in realtà generano già più ricavi rispetto a molti altri publisher. Newzoo stima che i ricavi totali di Google nel mondo gaming siano cresciuti del 32% all’anno a 5,3 miliardi USD l’anno scorso, rendendola la settima azienda di gaming quotata in borsa per ricavi. Google ha infatti generato più entrate dal mondo gaming rispetto a Electronic Arts e Nintendo, che si sono classificate rispettivamente all’ottavo e al nono posto.
Insomma, nonostante alcuni test falliti, Google ha varie forze: un brand riconosciuto, una divisione publishing (Play) molto profittevole e soprattutto le tasche capienti. Da un certo punto di vista, Google ha alcune basi, ma dove sta il suo vero vantaggio competitivo?
Imho, nella sua infrastruttura, nella sua esperienza in ambito streaming (Youtube) e nei suoi progetti di connettività (vedi Google Fiber). Questo potrebbe rendere Google un player aggressivo e vincente in ambito game streaming, dando filo da torcere a GeForce Now, GameFly (Electronic Arts) e ai molti altri nel nuovo buzz del cloud gaming. Dal lato hardware, è plausibile Google dovrà appoggiarsi ad una base hardware per i suoi servizi di streaming, e questo lo può fare in due modi: o fa effettivamente la sua console, o lavora con gli altri OEM. Imho, la seconda, a meno che la prima opzione si renda necessaria dal punto di vista strutturale.

3. Date le basi, Google diventerà un colosso gaming per davvero?
Ovviamente non lo so. Potrei finire qui l’articolo, perché come vi dicevo settimana scorsa, tutto nell’industria cambia ed evolve con rapidità. Tuttavia avere delle basi non vuol dire avere le basi al posto giusto. Il problema è che sebbene Google abbia un notevole vantaggio competitivo per fare magie nel mondo ancora inesplorato del game streaming, questo business presenta ancora incognite importanti che lo rendono tutto fuorché un successo scontato – la più grande di tutte la presenza a medio lungo termine di colli di bottiglia di connettività dal lato consumatore finale. Anche dimenticando i test fallimentari – che tutte le aziende fanno, soprattutto quelle con il coraggio (e i $) di esplorare business simili ove sfruttare sinergie con i core business – non sono sicuro Google diventerà un gigante del gaming in maniera maggiormente profonda di quanto già non sia oggi.

Alla prossima settimana!

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