Il nome di un videogioco è la prima cosa che la maggior parte delle persone vede. In termini marketing consumer goods, lo definirei come lo ‘Zero Moment of Truth’ di un gioco – è il primo elemento marketing top of mind, e quello che noi gamer useremo per trovarlo e acquistarlo nei negozi on- & offline. Senza alcun dubbio quindi, il nome è di fondamentale importanza. Ma come scegliere quello giusto? Visto l’argomento interessante che necessiterebbe di lunghe interviste con developer/publisher e la mancanza di tempo nel fare questo esercizio, questa settimana voglio attingere da un sacco esterno e riportarvi un case study di Marketing Games Blog. Ovviamente il vostro Malgioglio della gaming industry (ovvero io), ve lo condensa in 3 punti e con le sue opinioni!

1. Il processo di selezione del nome
Come dicevo, il nome di un gioco è anche il suo elemento marketing più citato tra stampa e gamers. Gli sviluppatori lo sanno, e lo vogliono divertente, interessante, orecchiabile o semplicemente ‘figo’. Ma vogliono anche che la gente ne colga subito il genere, o almeno che sia abbastanza intrigante per porsi domande a riguardo. La selezione dello stesso è quindi fonte di accesi dibattiti nelle case di sviluppo: bisogna trovare il nome giusto, ma anche in fretta – è molto più facile annunciare un titolo quando già ne si conosce il nome, e soprattutto si facilita la vita degli sviluppatori per capire esattamente cosa stanno costruendo. Come si fa, quindi?
Oli De-Vine, di Ghost Town Games (creatori del titolo Overcooked) spiega il processo nel case study:
A. Tutti contribuiscono a selezionare centinaia di nomi potenziali, anche con keyword basiche che non saranno mai utilizzate da sole ma che aiutano poi a fare i giusti collegamenti per catturare appieno l’immagine del gioco.
B. Si cerca di associare le caratteristiche base del gioco alle keyword. Overcooked è un gioco dove la situazione degenera velocemente e frequentemente, quindi inizialmente Ghost Town Games pensò a ‘Recipes 4 Disaster’ – letteralmente Ricette Per Disastri.
C. Recipes 4 Disaster era quasi perfetto ma… poi subentrano considerazioni ‘pratiche’ – ad esempio, quando è Search Friendly il nome? Ovvero, se la gente lo ‘googla’, quando devo pagare il webmaster/agenzia per farmi un’ottimizzazione (SEO) impeccabile? Ecco infine la scelta di ‘Overcooked’.

2. La funzionalità contro l’artisticità
Un nome ‘letterale’ è facile da intuire e ricordare, ma può velocemente diventare noioso (e.g.: Soccer Cars). Un nome artistico e ‘figo’ (e.g.: Rocket League) rischia invece di non presentare il titolo a dovere. Oltrettutto, i publisher potrebbero spingere per nomi che spinganole vendite del gioco, mentre gli sviluppatori, che hanno lavorato su qualcosa per anni e anni, potrebbero essere desiderosi di dare al loro gioco un nome unico e fortemente creativo. Con queste premesse, l’equilibrio da raggiungere è delicato.
Alcuni titoli con nomi letterali sono perfetti: Farming Simulator; Flight Simulator; God of War; etc. Altri titoli, più ‘ricercati’ e ‘astratti’, riprendono perfettamente alcuni elementi chiave del gioco senza darci però indizi sulla sua natura finché non abbiamo valutato altri elementi della comunicazione (visual della copertina, trailer, etc.). Ad esempio: Halo, che rappresenta gli ‘anelli’, antiche armi di distruzione di massa nella celebre serie Bungie/343 Industries; Anthem, futuro titolo BioWare, che rappresenta una antica tecnologia che forma i pianeti. La verità, o meglio, la formula magica, in questo caso non esiste: è una lunga negoziazione, un lungo brainstorming fino a trovare qualcosa che rappresenti, letteralmente o astrattamente, il titolo.

3. Un nome brutto può uccidere le vendite?

Prendiamo due esempi: Fortnite vs PUBG – PlayerUnknown’s BattleGrounds. Fortnite è corto e memorabile, però rappresenta a metà il gameplay (infatti ora hanno aggiunto ‘Battle Royale’…) ed ha un errore grammaticale volontario che fa storcere il naso a qualche grammar-nazi del gaming (nite vs night). PlayerUnknown’s BattleGrounds invece è lungo, troppo lungo: l’ho ripetuto mentalmente e ho voglia di chiudere qui l’articolo (presto fatto). Fortunatamente il titolo Bluehole si è prestato ad essere accorciato a PUBG, che gli anglosassoni amano di più – anche se io lo trovo assolutamente ridicolo in italiano.
Insomma: due nomi bruttini ma che rappresentano titoli di grande successo. In nome non fa tutto, come l’abito non fa il monaco. Tuttavia, più il nome è ben legato al contenuto, è memorabile e ‘figo’, meglio è. Soprattutto per i più piccoli sviluppatori – avere alle spalle Epic Games non è come sviluppare nel garage con soltanto qualche amico.

Alla prossima settimana!

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