Che PlayStation Vita sia stata una console fallimentare dalle nostre parti non è certo un mistero. Ciò che potrebbe stupire, invece, è che la macchina portatile targata Sony abbia goduto di una — passatemi il gioco di parole — vita lunga e prospera in madre patria, anche se basterebbe sbirciare nel Playstation Store per vedere che la maggior parte dei titoli sviluppati per PS Vita sono di matrice giapponese. Tra quelli che sono giunti anche dalle nostre parti – non moltissimi, a dire il vero – uno dei più particolari e appetibili per i fan del genere horror è sicuramente Yomawari: una serie formata da due episodi, Yomawari: Night Alone e Yomawari: Midnight Shadows, sviluppata da Nippon Ichi e giunta in America ed Europa tra il 2016 e il 2017, con mesi di ritardo rispetto alla commercializzazione in Giappone. Si tratta di titoli dal forte impatto emotivo e dalla realizzazione apparentemente minimale, riproposti in una raccolta disponibile per Nintendo Switch dal 26 Ottobre e denominata Yomawari: The Long Night Collection.

Sola vagavo, al chiarore di una fredda luna

L’immagine con cui si aprono entrambi i capitoli della serie Yomawari è pressappoco la stessa: una ragazza che porta a passeggio il suo cane è il preludio ai tragici eventi che costituiranno l’incipit di ciascuna storia. Eventi sul quale non mi soffermerò, ma posso assicurare che la loro imprevedibilità è tale da riuscire a togliere il fiato.
Protagoniste al femminile di Yomawari: Night Alone e Yomawari: Midnight Shadows sono rispettivamente una tenera bambina — il cui nome non viene mai menzionato nel corso del gioco — con il capo ornato da un vistoso fiocco rosso e la coppia Yui/Haru, giovani ragazze che per motivi diversi si ritrovano a vagare di notte in due cittadine rurali giapponesi tutt’altro che tranquille. Al calar del sole, infatti, le strade si popolano di spettri, resti impalpabili di una vita passata visibili solo puntando nella loro direzione il flebile fascio di luce prodotto dalla torcia che le fanciulle portano con sé. Le fattezze di queste creature spaziano da sagome vagamente umane ad agglomerati di corpi scomposti e ricomposti in forme diverse, quasi fossero il risultato di un esperimento genetico mal riuscito: ammassi ectoplasmatici che si nascondono nel buio della città, nel silenzio sordo e al tempo stesso prorompente che aleggia su essa e da cui le protagoniste potranno solo limitarsi a scappare. La fuga, però, è tutt’altro che semplice: se normalmente la loro stamina, rappresentata da una semplice barra in basso allo schermo, consente di percorrere in velocità distanze medio-lunghe prima di scaricarsi, la situazione cambia radicalmente in presenza degli spettri. In questi casi la paura, rappresentata visivamente da cerchi rossi concentrici accompagnati dal suono di un battito cardiaco via via sempre più accelerato, riduce enormemente la capacità delle protagoniste di allontanarsi dal pericolo mortale; un solo contatto, infatti, equivale a un inevitabile (e alquanto truculento) game over. In alternativa alla fuga, le due città offrono diversi nascondigli, come cespugli o cartelloni, in cui le ragazze possono rifugiarsi in attesa che le presenze alle loro calcagna proseguano oltre. Non sempre però detto sistema consente di trarre in salvo le protagoniste, soprattutto quando vengono inseguite da creature che rimangono ferme non appena le perdono di vista, attendendo che escano fuori dal loro rifugio improvvisato; in questi casi, per quanto eccezionali, la morte diviene inevitabile. Al game over, come diversamente accade nella maggior parte dei survival horror, non consegue però la perdita dei progressi o degli innumerevoli collezionabili raccolti. Una volta “toccate”, le protagoniste vengono semplicemente riportate all’ultimo punto di salvataggio rappresentato da statue Jinzo, altari che (non a caso) sono simbolo di protezione per bambini e viaggiatori. Checkpoint che ricoprono, tra l’altro, anche la funzione di teletrasporto.
In buona sostanza, il gameplay della serie Yomawari si riduce a questo: vagare di notte tra le strade infestate di una città rurale giapponese in un susseguirsi di morti improvvise, con meccaniche in stile trial & error. Non mancano comunque puzzle ambientali (del tipo trova la chiave e apri la porta) che indirizzano l’esplorazione, vero motore del gioco, esaltata dalla particolare posizione della telecamera che dona alla città una profondità eccezionale. La varietà degli ambienti, unita a un level design ben congegnato e a un comparto grafico curato rendono talmente piacevole l’esperienza da far quasi soprassedere sui piccoli difetti che la serie porta con sé, da un backtracking che per alcuni può risultare eccessivo fino ad arrivare alla longevità di ciascun episodio che si attesta sulle quattro, cinque ore di gioco.
A fronte dell’indiscussa qualità della serie, però, Yomawari: The Long Night Collection non aggiunge nulla di nuovo e si limita a sfruttare l’HD Rumble dei Joy-Con per creare maggiore immersività, soprattutto con la console in modalità portatile. Un po’ poco, insomma, per giustificare l’esborso di circa quaranta euro da parte di chi ha già avuto modo di completare entrambi i capitoli della serie. Prezzo che risulterebbe ingiustificato anche se Nippon Ichi si fosse prodigata a localizzare il gioco in lingua italiana, vista l’esigua mole di testi che caratterizzano i due titoli.

Pro

  • Level design curato e atmosfere ansiogene in entrambi i capitoli di questa raccolta
  • Visivamente appagante
  • L’incipit in entrambi gli episodi è come un pugno allo stomaco

Contro

  • Prezzo eccessivo
  • Zero contenuti extra

Voto: 7,5

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