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Recensione | Wonder Boy: The Dragon’s Trap

Wonder Boy è una di quelle serie che, inutile girarci intorno, ha contribuito non poco a rendere celebre il genere dei “Metroidvania”, seppur la convulsa numerazione e la scelta dei titoli per ogni sua iterazione tanto per citarne uno, Wonder Boy V: Monster World III  non abbia reso la vita semplice a chiunque volesse approcciarvisi per la prima volta.
Come è innegabile che il franchise sviluppato da Westone non ha goduto purtroppo della popolarità che avrebbe meritato, soprattutto se si pensa che l’ultimo capitolo di questa saga, Monster World IV, risale al 1994. Eppure la speranza di tornare a calarsi nei panni del “Ragazzo del Meraviglie” è sempre rimasta viva nei giocatori di vecchia data ed è soltanto merito della software house francese Lizardcube se il loro sogno si è finalmente tramutato in realtà. Lo studio fondato da Omar Cornut e Ben Fiquet, grazie anche al
la collaborazione del director originale di Wonder Boy, Ryuichi Nishizawa, è riuscito infatti a dare nuovo lustro a uno degli esponenti più celebri della saga, Wonder Boy III: The Dragon’s Trap, quarto capitolo ufficiale della serie, senza però snaturare l’essenza stessa del gioco.
Un titolo datato 1989 e pubblicato all’epoca su Sega Master Sistem prima di raggiungere oggi i lidi next gen di Nintendo Switch, Xbox One e PlayStation 4.

UN TUFFO NEL PASSATO

Wonder Boy: The Dragon’s Trap inizia esattamente nel momento in cui aveva termine il suo diretto predecessore, Wonder Boy in Monster Land.
Dopo mille peripezie, l’infaticabile protagonista (Wonder Boy, appunto) riesce a raggiungere il nascondiglio del Mecha Dragon ma, una volta sconfitto, non sono onore e gloria ad attenderlo, bensì una “scomodissima” maledizione che lo trasformerà in una… lucertola. L’intero gioco, infatti, si fonda quasi esclusivamente sulle cinque mutazioni che, boss dopo boss, affliggeranno il giovane eroe passando per le vesti di un topo, un piranha, un leone e, per finire, di un falco; ognuno, ovviamente, dotato delle proprie peculiarità e dei propri punti di forza. Ad esempio in forma pesce sarà possibile muoversi in acqua in tutte le direzioni, mentre in quella uccello il “Ragazzo delle Meraviglie” potrà volare liberamente tra le (sublimi) aree in 2D che danno vita alla mappa di gioco, e ciò gli consentirà di superare ostacoli altrimenti invalicabili. Stesso discorso vale per tutte le forme animali in cui il povero Wonder Boy sarà costretto a transitare prima di riacquistare il proprio corpo, ma non vogliamo rovinarvi ulteriormente la sorpresa, quindi lasciamo a voi il piacere di approfondire questo punto.
Altro fattore di estrema importanza è costituito dalla componente RPG del titolo che acquista rilevanza man mano che si procede nella (seppur eccessivamente breve) avventura. Ogni arma, scudo o armatura possiede specifiche caratteristiche che muteranno a seconda della forma animale nella quale sarà relegato Wonder Boy e, vista la struttura non proprio agevole del gioco, è consigliabile buttare sempre un occhio al proprio equipaggiamento. C’è da dire però che in questa nuova versione del titolo realizzata da Lizardcube è finalmente possibile selezionare il livello di difficoltà così da venire incontro anche ai giocatori meno avvezzi a questo particolare genere, nonostante il titolo rimanga comunque non proprio accessibile a tutti.
Wonder Boy: The Dragon’s Trap è assolutamente identico alla controparte originale del 1989, una riproposizione che pertanto porta con sé tutti quegli elementi legati a un vecchio modo di concepire il videogioco che i giovanissimi potrebbero facilmente etichettare come difetti. Ogni mostro, infatti, è collocato in modo tale da costituire un concreto intralcio per il giocatore: saltare su di una piattaforma e vedersi sbucare davanti un nemico che catapulta il protagonista in acqua o subire il fuoco incrociato di uno stormo di creature non è mai piacevole. Senza contare che la scarsa gittata dei propri attacchi comporta la necessità di avvicinarsi non poco
al mostro di turno per portare a segno il colpo. Un “problema” che affligge in particolar modo la forma topo e quella falco.
L’unica aggiunta concreta a questa nuova versione del gioco, al di là dei classici extra rappresentati da artwork, sfondi e traccie audio da sbloccare, è rappresentata dall’introduzione di Wonder Girl,
controparte femminile del classico protagonista con cui condivide tutte le caratteristiche e le abilità. Nulla di nuovo in termini di gameplay ma comunque una piacevole aggiunta che di certo non guasta.
Seppur da queste poche righe non traspaia alcuna modifica rilevante che giustifichi l’acquisto di Wonder Boy: The Dragon’s Trap, è sufficiente osservare pochi minuti di gioco per cambiare repentinamente idea. È impossibile, infatti, non rimanere abbagliati dall’incredibile lavoro svolto da Lizardcube: ogni singola animazione, fondale, nemico o personaggio è stato completamente disegnato a mano e l’impressione è davvero quella di guardare un lungometraggio animato con la possibilità di passare dal nuovo al vecchio comparto grafico mediante la semplice pressione di un tasto. Stesso discorso vale per la colonna sonora che, per mano dello sviluppatore francese, ha subito un restyling completo in questo nuova versione mantenendo comunque il feeling con i pezzi originali.

PRO

  • Graficamente sublime
  • Gameplay vario e stratificato
  • Tutto è rimasto com’era trent’anni fa

CONTRO

  • Tutto è rimasto com’era trent’anni fa
  • Eccessivamente breve
  • Costo un tantino elevato

Versione testata: Nintendo Switch