È passato poco più di un anno da quando abbiamo finalmente messo le mani su The Last Guardian, il titolo di Fumito Ueda che abbiamo atteso per quasi dieci anni, ed ora Sony ha pubblicato per la sua PlayStation 4 un altro gioco che porta sempre la firma del designer giapponese. Non si tratta di un gioco originale ma del remake per la nuova generazione di quel capolavoro per PlayStation 2 che porta il nome di Shadow of the Colossus. Al suo annuncio, avvenuto durante l’E3 dell’anno scorso, devo ammettere che l’idea di un remake di un gioco di Ueda non mi aveva del tutto convinto: lo studio americano dietro al progetto, i Bluepoint Games, sono un team che ha nel suo curriculum diverse remastered ben riuscite fra le quali l’ottimo Gravity Rush per PlayStation 4 (nel quale sono stati egregiamente corretti i difetti che il gioco presentava su PlayStation Vita) e la remastered per PlayStation 3 della ICO Collection, che contenenva lo stesso Shadow of the Colossus. Tuttavia c’è molta differenza fra remastered e remake ed il fatto che un team sia specializzato nella prima categiria di prodotti non significa che sia automaticamente capace di realizzare dei degni remake, soprattutto quando si ha a che fare con un gioco del maestro Ueda che propone sia uno stile estetico e di gameplay difficilmente imitabile. Sarà riuscito il team di Bluepoint Games a realizzare un gioco rispettoso del lavoro originale del Team ICO?

Partiamo dal sottolineare una cosa che dovrebbe essere ovvia ma che è sempre bene precisare: remastered e remake non sono la stessa cosa. La prima consiste nel prendere in mano il codice originale del gioco e realizzarne un porting per una nuova generazione implementando tutte quelle migliorie che le console più recenti permettono di implementare quali una miglior risoluzione, texture più definite, una maggiore stabilità di framerate e una serie di migliorie grafiche come dei filtri antialiasing che permettono al gioco di apparire più gradevole e più in linea con le produzioni contemporanee alla sua uscita. Il remake invece è un vero e proprio rifacimento del gioco che prevede che il team svisceri il gioco, e lo riproduca il gioco adattandolo ad un motore grafico e fisico che sia consono con i tempi e più adatto possibile per la riproduzione dell’esperienza originale.
Come nell’opera di 13 anni fa, Shdow of the Colossus narra la storia di Wander, un giovane guerriero che si reca nelle Terre Proibite portando con sé il corpo esamine di una fanciulla; il giovane è aggrappato alla flebile speranza datagli da una leggenda che vuole che in queste terre abbandonate le anime dei morti possano ricongiungersi con il proprio corpo. Una misteriosa entità divina, che si presenta al giovane con il nome di Dormin, promette ad egli di poter riportare in vita la ragazza a patto che egli sconfigga ed uccida i sedici colossi che abitano le Lande: non avendo nulla da perdere, Wander si fida delle parole eccheggianti dello spirito e decide di intraprendere insieme al suo cavallo Argo la missione che gli è stata affidata. La trama del gioco, ci viene raccontata principalmente per immagini, i dialoghi che compongono il gioco servono più che altro al giocatore per comprendere quali sono gli obiettivi della missione, ma gran parte della narrazione avviene grazie alle sensazioni trasmesse dagli sguardi di Wander, dalle musiche, dalle riprese sulle sconfinate pianure, dai giochi di luce che mettono in risalto elementi dello scenario. Arrivati al finale l’ermetismo di Ueda non ci farà cogliere tutti gli aspetti di questa fiaba oscura che verranno lasciati all’interpretazione del giocatore. Viene difficile parlare ulteriormente della trama di un gioco che negli anni ha sempre affascinato i suoi estimatori per l’aura di mistero che si è lasciato dietro una volta raggiunti i titoli di coda.

Nel suo gameplay Shadow of the Colossus ripropone le stesse identiche sensazioni dell’opera originale, complice anche l’aver tenuto praticamente invariato questo aspetto nella trasposizione da PlayStation 2 a PlayStation 4, il che non è per forza un male se comunque si considera che anche a distanza di tredici anni il gioco risulta ancora attuale e godibile in ogni sua meccanica di gioco, anche se chiaramente nel giocare a Shadow of the Colossus per la prima volta nel 2018 si perde quel sentorie di esperienza unica in quanto avvenieristica che il gioco trasmetteva all’epoca dato che altri sviluppatori hanno preso ispirazione dal gioco di Ueda. Nel suo girovagare per le Terre Proibite Wander non dovrà affrontare orde di minion come accade nella maggior parte dei giochi di avventura, ma la sola ed unica tipologia di creatura che incontreremo sul nostro cammino saranno appunto i colossi. Il gioco si divide quindi in due fasi distinte: in una prima fase ci dovremo mettere sulle tracce dei colossi attraversando le pianure insieme ad Argo, il quale similmente a quanto visto con Trico in The Last Guardian darà la sensazione di avere una vita propria e non sempre ubbidirà ai comandi impartiti, utilizzando la Spada degli Antichi per riflettere la luce del sole che ci indicherà la via da seguire. Una volta raggiunta la nostra destinazione, ci troveremo di fronte a titaniche creature che dovremo affrontare: date le ridotte dimensioni di Wander rispetto alle gigantesche creature, affrontarle richiederà un’attenzione particolare per la creatura e per lo scenario intorno a noi: i colossi avranno dei punti deboli che brilleranno per poter essere individuati e solo affondando la lama della nostra spada in essi potremo ridurre drasticamente la vita del mostro. Per arrivare a tale scopo dovremo trovare il modo di arrampicarci sul corpo delle maestose e pericolose creature, utilizzando gli spuntoni del corpo, il pelo che li ricopre o qualsiasi altro appiglio che possa venire in nostro aiuto: il colosso reagirà scuotendosi e cercando di disarcionarci, pertanto dovremo saper prevedere i movimenti della creatura per evitare di cadere, capendo quando muoverci e quando restare fermi, tenendo anche sott’occhio l’indicatore della resistenza di Wander: a tal proposito l’HUD è stato ripensato in ottica di dare un’estetica migliore al gioco, rendendolo più discreto e più in sintonia con i colori del gioco: scompare così l’orrendo cerchio violaceo che indicava la stamina del protagonista in favore di uno di un giallo tenue, ed anche gli altri elementi dell’HUD sono stati ridisegnati e ridisposti per apparire più armoniosi con il resto del gioco. Altra componente che ha beneficiato delle migliorie della remastered è la mappatura dei comandi che adesso vanta ben tre setting predefiniti, uno uguale a quello originale mentre gli altri due sono decisamente più moderni e facili da essere padroneggiati. Ciò che invece avrebbe meritato maggiore cura nell’opera di restauro è la telecamera che ancora non segue perfettamente i movineti del protagonista quando dovrebbe e che si pone come uno dei pochi nei in un’esperienza di gioco che rimane fra una delle migliori di sempre.

Finalmente posso rispondere alla domanda che mi sono posto ad inizio recensione: riesce il remake a non tradire l’originale Shadow of the Colossus? Per certi versi mi duole dire che ciò non viene fatto del tutto. L’originale Shadow of the Colossus è la dimostrazione di come Ueda conosceva molto bene l’hardware della PlayStation 2 sul quale lavorò per la creazione del gioco originale, plasmando l’art direction del suo titolo alle sue esigenze di game design per poter nascondere al giocatore i limiti tecnici della console. Ne venne fuori un gioco che faceva abbondante di una patinatura sui toni del grigio e del verde che facevano semprare il gioco come un sogno dove il protagonista vagava per un mondo onirico alla ricerca di creature partorite dalla mente del sognatore. In assenza della supervisione di Ueda al progetto, tale palette cromatica è stata persa e può essere rivissuta solo parzialmente tramite l’uso di filtri di colore attiviabili dalle opzioni di gioco. Tuttavia se anche nella forma le due versioni del gioco possono differire, nelle intenzioni comunque esse coincidono: la presenza di un altro director diverso da Ueda ha fatto chiaramente sì che egli ci mettesse la sua impronta, cercando comunque di restituire sensazioni simili a quelle del gioco originale. I fan più puristi potrebbero dire che si tratta di una scelta di art directing che snatura il gioco stesso, ma se davvero la pensate in questa maniera allora forse non è a voi che si rivolge questo remake e vi si addice di più il gioco originale.
Ok, abbimo parlato di sogni onirici e di filtri patinati, ma nel succo come si presenta Shadow of the Colossus sul lato estetico? Indubbiamente meraviglioso sotto ogni punto di vista: nonostante i “problemi” appena descritti, il remake cerca di compensare offrendo un mondo che tramite i dettagli degli scenari riesce a raccontare una sua storia. Argo attraversa le grosse lande lasciando le proprie impronte sulla sabbia oppure schiacciando l’erba sotto i suoi zoccoli, la luce che filtra fra i rami di una foresta ed illumina la pelle di Wander trasmette tutto il calore del sole, le rocce erose dal tempo ed i terreni seccati dal sole esprimono perfettamente la decadenza di quelle terre ormai abbandonate da qualsiasi creatura, i peli sui dorsi dei colossi mossi dal vento e che avremo la sensazione di sentire sotto le nostre stesse mani non appena Wander lo stringerà per potersi arrampicare. La componente grafica migliorata ed arricchita, figlia di questa generazione ed in linea con le odierne produzioni, non è solo un fattore inserito per rendere il prodotto più digeribile dall’utenza più giovane, ma serve soprattutto ad arricchire il mondo di gioco ideato da Ueda in modo che venga percepito più vivo, più emozionante, più coinvolgente ma anche più tetro e misterioso. Alla fine Bluepoint Games non ha puntato alla fedeltà più cieca ma che forse avrebbe svilito il gioco stesso, ma ha reinterpretato a modo suo il mondo nel quale si svolge l’avventura senza però mancare di rispetto a quelle che erano le intenzioni di Ueda. Parlando di risoluzione, il gioco gira ad una risoluzione di 1080p per 30 fps su PlayStation 4 che viene portato a 1080p@60fps nella modalità prestazioni disponibile su PlayStation 4 Pro oppure a 4K@30fps nella modalità cinema sempre disponibile sulla versione Pro della console. Personalmente ho preferito vivere gran parte dell’avventura usando la modalità performance preferendo la fluidità garantita dai 60fps che si sono dimostrati rock solid, ma anche la modalità cinema riesce a garantire un frame pressoché costante e lo stesso livello di dettaglio grafico. Per quanto riguarda le splendide musiche di Kō Ōtani non ci è parso di sentire particolari miglioramenti apportati ad esse, a differenza degli effetti sonori che ancora una volta appaiono più vivi, più pieni e riescono ad immergere maggiormente il giocatore nelle Terre Proibite.

PRO:

  • Il feeling con il gioco è pressoché immutato
  • Comparto grafico meraviglioso
  • Bluepoint Games è stata rispettosa dell’opera originale…

CONTRO

  • … ma qualche purista potrebbe non apprezzare le modifiche all’estetica del gioco
  • Telecamera a tratti ballerina

Versione testata: PlayStation 4 Pro

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto Finale
9
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Francesco Enriù
Quando nacque gli misero nella culla un Game Boy e da quel giorno non esce di casa senza qualcosa che gli permetta di giocare per strada. Adora qualsiasi cosa abbia a che fare con Zelda e Castlevania e si crede un grande stratega solo perché conosce a memoria i Fire Emblem e gli Advance Wars.