Recensione | Monster Boy and the Cursed Kingdom

Un grande classico rinasce grazie ad un nuovo capitolo, con il suo gameplay tipico ed una veste grafica assai ricercata. Siete pronti a tornare nel Monster World?

Chi non muore si rivede! O meglio, chi non ha mai vissuto veramente. Se avete circa 30 anni potreste ricordare la serie action/platform Wonder Boy approdata su macchine arcade nel 1986 e poi estesa principalmente all’universo delle console SEGA. L’ultima apparizione del brand prima del grande ritorno è avvenuta nel 1994 su SEGA Mega Drive trasformando la saga originale (dal gameplay incentrato solo su piattaforme ed attacchi) in qualcosa che potremmo definire “metroidvania” ante litteram. Poi, dal nulla, il ritorno: il remake di Wonder Boy III: The Dragon’s Trap arriva sulle console attuali nell’Aprile 2017 mostrando i muscoli con uno stile grafico davvero intrigante e ben realizzato, liberamente intercambiabile con quello originale. Un test forse, per capire se l’utenza può apprezzare una saga così vecchia e poco nota al grande pubblico in vista del lancio di un titolo nuovo della serie. Ed è così che arriviamo a Monster Boy: The Cursed Kingdom. Un viaggio lungo ma credetemi: ne è valsa la pena.

IL PRINCIPE DEI MOSTRI

Jin, coraggioso ma pacifico ragazzo, vive nel regno noto come Monster Kingdom in una casetta sulla costa. Un brutto giorno suo zio sembra perdere il controllo. Forse sono i fumi dell’alcol o forse c’è qualcosa di più? Fatto sta che il vecchio sembra impazzito e vaga per i cieli a bordo di un barile incantato lanciando incantesimi mutaforma a chiunque gli capiti a tiro. Il povero Jin, nel tentativo di far rinsavire il vegliardo, incappa in un raggio magico lanciato dallo zio fuori controllo e si ritrova trasformato in un corpulento ibrido tra uomo e maiale. Un bel po’ di ciccia extra quindi, ma anche un naso dalla sensibilità sopraffina: Jin si mette alla ricerca dello zio e delle sfere incantate che potranno restituire al regno il reale aspetto. Già, perchè TUTTI gli abitanti di Monster Land sono stati trasformati in ibridi uomo/animale e non esiste altro modo per rimuovere la maledizione. Jin, armato solo del suo olfatto acuto, dovrà esplorare il regno e tentare di recuperare una forma più consona a quella di un prode avventuriero.

Il cambio di forma è alla base delle meccaniche di gameplay di Monster Boy and the Cursed Kingdom: nonostante il tutto parta da una “maledizione” le differenti forme si rivelano assai utili per effettuare un gran numero di azioni diversificate. Nei panni del maiale potremo fiutare elementi invisibili, il piccolo serpente sputa veleno e si arrampica su muri muschiosi, la rana rende esplorabili le zone subacquee e così via. Ovviamente quelle elencate sono solo alcune delle potenzialità di ogni forma: usare ogni trasformazione in modo completo e fantasioso ci darà accesso a molte aree segrete dove scovare collezionabili e parti di oggetti di grande potere ottenibili solo raccogliendo tutti gli elementi sparsi per il mondo di gioco. Il gameplay alla base di tutto è un semplice, per quanto funzionale, concept platform/action con alcuni tocchi RPG sparsi qui e là che aggiungono spessore all’avventura.

ANIMALI ANIME

La città del regno di Monster Land fa da base e punto centrale dal quale è possibile raggiungere quasi ogni macro-zona esplorabile del mondo di gioco. Sono disponibili (anche se non solo in città) negozi di oggetti consumabili, pozioni, cure e quant’altro ma non ci si ferma qui: armi e pezzi d’equipaggiamento sono in vendita ed è possibile anche potenziarli per aumentarne statistiche e sbloccarne capacità peculiari. Un sacco di carne al fuoco quindi, ma come se la cava tutta la macchina mentre si muove? Molto bene in effetti, seppur con qualche piccola sbavatura degna di nota: in primis il gameplay è figlio di uno stile rimasto sostanzialmente invariato nel tempo con tutto ciò che comporta questo fatto. Alcuni passaggi sono leggermente frustranti e non si viene accompagnati per mano molto spesso: dovremo cercare, esplorare e potremmo rimaner bloccati senza saper bene dove andare. L’esplorazione postuma di locations già visitate è importante poiché, grazie a nuove forme ottenute più avanti, potremo scoprire nuove zone ed oggetti nascosti.

Di certo si tratta di un must-have per chiunque apprezzi il gameplay semplice e funzionale di titoli con calibro simile. Il genere platform, sempre più lasciato a sé stesso dalle software house tripla A in favore di sbrodolamenti simil-cinematografici, vive una nuova giovinezza nel mondo indie e nelle produzioni di livello più basso senza perdere nulla del suo fascino. Saltare, correre, tirar spadate e cambiare forma sfruttando i punti deboli del nemico è sempre bello e soddisfacente: nonostante sia un gioco tutt’altro che semplice si apprendono le basi facilmente e si è spronati e proseguire nell’avventura soprattutto grazie all’eccellente comparto tecnico. Visivamente il gioco si presenta in modo decisamente meraviglioso in una lussureggiante veste “anime-style” ricca di colori, ambientazioni e dettagli. Alcune mappe sono davvero incredibili da osservare, forti di svariati livelli di parallasse ed animazioni fluide realizzate con cura. Il comparto sonoro non è da meno e presenta temi musicali completamente nuovi affiancati a riedizioni di classiche tracks della serie reinventate in chiave moderna. Senza alcun dubbio abbiamo a che fare con una sorta di “nuovo inizio” per questa saga. Al tempo venne penalizzata da concorrenti assai più competitivi: Monster Boy and the Cursed Kingdom potrebbe aver finalmente trovato il suo ruolo qui, oggi, nel mondo videoludico moderno? Di certo è un ottimo primo passo. Non vediamo l’ora di scoprire i prossimi.

PRO:

  • Tecnicamente stupendo sotto ogni aspetto
  • Gameplay solido, rodato, variegato
  • Ottima longevità

CONTRO:

  • Meccaniche old-school che possono, occasionalmente, diventare ripetitive
  • Alcuni momenti frustranti

Voto finale: 8,5

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