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Recensione | Little Nightmares

Giocando a Little Nightmares è impossibile non scorgere il filo, seppur sottile, che lega l’opera dello studio svedese Tarsier Studios a produzioni del passato recente come Limbo o al più giovane Inside. Puzzle platform che fanno degli ambienti, ben più che dei personaggi, il veicolo primo attraverso cui dipanare la narrazione senza l’impellente necessità di affidarla a estenuanti cutscene o righe infinite di testo.

IL CUORE CORROTTO DELLA FELICITÀ MODERNA

Six, protagonista di Little Nightmares, è un’esile bambina di soli nove anni, unicamente caratterizzata da un impermeabile giallo che ne lascia intravedere soltanto i piedi, spogli da qualsiasi calzatura. Chi sia o da dove venga, non ci è dato saperlo.
Perché, come si diceva in apertura, al pari dei giochi di Playdead qui i personaggi sono soltanto un veicolo per canalizzare l’attenzione del giocatore su ciò che lo circonda: Six non è che l’ennesima vittima gettata ne “Le Fauci” (letteralmente) di un mondo distorto, grottesco e che non avrebbe nulla da invidiare alle rappresentazioni su pellicola di Tim Burton. The Maw è una struttura meccanica che cova un sogno distopico, un nugolo di paure ancestrali. Ogni anno, sempre alla stessa ora, essa compare dal nulla nel bel mezzo del mare per raccogliere il suo carico di passeggeri umani. Poi si artiglia, al pari di un’orrida bestia ferrosa, sul fondale marino, lasciando all’aria salmastra un piccolo faro che torreggia sull’ingresso di questo inferno subacqueo. Un antro dalle forme e dalle proporzioni distorte, riflesso dei “piccoli incubi” che lo affollano.
Six è completamente ignara di tutto questo inizialmente, in perfetta simbiosi con il giocatore. L’interno della creatura si presenta macabro e avvilente, dai colori cupi e sporchi che fanno da contrasto al giallo intenso dell’impermeabile della protagonista. Ogni area è un piccolo puzzle da risolvere, un gradino da scalare verso la cima del mostro e, contestualmente, verso la libertà. L’oscurità è padrona incontrastata di gran parte delle aree e per rischiarare il proprio cammino Six dovrà avvalersi dell’unico strumento di cui dispone: un accendino, flebile luce nel mondo agonizzante di Little Nightmares.
In questo evocativo scenario affiorano enigmi che sfruttano l’ambiente circostante come, ad esempio, una pila di libri che all’occorrenza può diventare un’ottima scala su cui arrampicarsi o un lampadario, perfetta altalena da cui lanciarsi verso l’appiglio più vicino. L’apprendimento del mondo circostante passa per gli occhi del giocatore, che non avrà a suo sostegno alcun indizio visivo. Vero però che, in caso di morti ripetute nella medesima sessione, Little Nightmares tenta di venire in aiuto offrendo fugaci consigli su cosa fare, anche se il più delle volte si tratta soltanto di muoversi col giusto tempismo per aggirare l’ostacolo o superare indenne i nemici. Il pericolo, nell’opera realizzata da Tarsier Studios, passa infatti anche attraverso le (poche e) disturbanti creature che popolano The Maw: incubi a occhi aperti, grotteschi, ma pur sempre dalle sembianze umane. Gli unici “alleati” di Six sono rappresentati dai Nomini, dei teneri omuncoli adornati da un grazioso cappello di stoffa; piccole lucciole nella notte (oltre che veri e propri collezionabili) che indirizzano il giocatore verso il percorso da seguire.
La musica, in tutto questo, non fa che acuire la permeante sensazione di terrore: dapprima semplici rumori ambientali, accompagnati dalle urla di qualche ignara vittima in lontananza. Poi un crescendo, il ritmo diventa incalzante e il suono inizia a emergere dal grigiore delle stanze fino a raggiungere il suo culmine con la comparsa concreta della minaccia. La tensione è sempre palpabile ma frammentata a volte da dinamiche che ricalcano il modello del “trial and error” e che diventeranno man mano sempre più preponderanti. Little Nightmares è infatti un titolo estremamente punitivo nei confronti del giocatore, che spesso si troverà a ripetere la medesima sessione più e più volte prima di uscirne indenne. Non aiutano in questo senso le movenze imperfette e a tratti legnose di Six che sembrano ricalcare quelle dei Sackboy di Little Big Planet – è stato infatti lo stesso Tarsier Studios ad occuparsi delle ultime iterazioni del franchise di Sony. Nulla di eccessivamente frustrante comunque, se non fosse per gli enormi tempi di caricamento (nell’ordine dei dieci, quindici secondi) tra una morte e l’altra.

HUNGER

Little Nightmares era stato annunciato nel 2014 ma con un altro titolo, Hunger (Fame), per poi tornare a mostrarsi sotto un nuovo nome alla Gamescom del 2016. Forse il titolo originale avrebbe saputo raccontare meglio di quello attuale l’infinito mare di sottotesto alla base del lavoro svolto dallo studio svedese: Hunger, come motore di un consumismo che tutto erode, specchio di una società incancrenita dal bisogno di avere e possedere. Gli umani di Little Nightmares, dalle forme rigonfie e grottesche, sono il fulgido esempio di un mondo decadente. Lunghe tavolate di carni di ogni tipo su cui, avidamente, le persone si avventano per il solo piacere di consumare e non per necessità. Un antro degli eccessi dove la linea di demarcazione tra uomini e animali diventa sempre più labile. Abbastanza evidente è qui il richiamo a una delle scene de La Città Incantata, uno dei lungometraggi più belli mai realizzati dallo Studio Ghibli.
Insomma, The Maw non è solo una caverna ricolma di incubi, è una società distorta che in qualche modo rispecchia tutti noi.

PRO

  • Narrazione sofisticata
  • Ambientazioni estremamente evocative
  • Comparto sonoro da “brividi”

CONTRO

  • Tempi di caricamento eccessivi
  • Si finisce nel giro di poche ore

    Versione testata:
     Xbox One