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Recensione | Get Even

Il cervello è una macchina complessa, capace di immagazzinare miliardi di dati nell’arco di una vita; ricordi che definiscono il singolo individuo, dalla personalità alle scelte operate nel corso della sua esistenza. Ma si sa, la mente umana è notoriamente labile e col tempo tende a “dimenticare” le informazioni stipate al suo interno.
Ma se fosse possibile in qualche modo preservarle o addirittura recuperare quelle ormai perdute?
Beh, proprio su questo presupposto la software house polacca The Farm 51 ha costruito le fondamenta di Get Even, thriller psicologico in prima persona camuffato, purtroppo goffamente, da FPS. Un progetto low budget che ha attirato le attenzioni del colosso giapponese Bandai Namco il quale non solo ha deciso di pubblicare il gioco sotto la sua egida, ma ha anche contribuito personalmente al suo sviluppo sostenendo lo studio nei momenti di difficoltà.

AD MEMENTO

La struttura narrativa di Get Even non è molto dissimile da Memento o Inception, opere cinematografiche firmate da Christopher Nolan: una ricostruzione a ritroso dei fatti estrapolati dalla memoria dell’ex soldato Cole Black attraverso un futuristico dispositivo denominato Pandora. Uno strumento che richiama le forme dei visori VR grazie al quale il protagonista potrà rivivere i propri ricordi andati in frantumi a seguito di un tragico accadimento che apre la scena sul mondo di Get Even. Infatti, in maniera abbastanza atipica, il gioco ha inizio con il disperato tentativo di salvataggio di una giovane di nome Grace che, a seguito di un rapimento, viene ritrovata legata e con una bomba sul petto pronta ad esplodere. L’evento, scandito dal conto alla rovescia del detonatore, si conclude nel modo che nessuno vorrebbe mai vedere.
Proprio a causa delle modalità con cui si svolge il fatto, The Farm 51 ha deciso di rimandare la distribuzione della propria opera di circa un mese rispetto alla data d’uscita ufficiale dopo il grave attentato terroristico di Manchester del 21 maggio. Una scelta giusta e coraggiosa, un segno di rispetto che nulla ha a che vedere, come purtroppo tanti hanno insinuato, con i “ritocchi al codice dell’ultimo minuto”.
Ma tornando al gioco: nonostante venga coinvolto nella violenta esplosione, Cole sopravvive in circostanze misteriose. Tuttavia si risveglia in un manicomio abbandonato e si rende conto di non avere memoria di ciò che è accaduto in seguito alla deflagrazione dell’ordigno. Gli unici indizi di cui dispone sono il contenuto del proprio smartphone e le parole di uno strano individuo di nome Red che egli stesso avrebbe ingaggiato per aiutarlo a ripristinare i suoi ricordi. Partendo dall’esplorazione del manicomio, il protagonista si imbatterà in una serie di documenti e registrazioni in qualche modo legati alla sua memoria: tasselli di un mosaico ben più grande, frammenti indispensabili alla ricostruzione dell’intera vicenda. Tanti, ma di scorrevole lettura e mai banali; forse uno dei pregi più grandi di questo titolo che, per certi versi, non si discosta dal genere tanto amato/odiato dei walking simulator. Nonostante Get Even mascheri la sua vera natura dietro la facciata di un FPS, infatti, raramente vi ritroverete ad impugnare una pistola. Vuoi perché gli (esigui) scontri a fuoco risultano estremamente imprecisi e poco curati; vuoi perché più volte vi verrà ripetuto di non alterare o destabilizzare i ricordi sparando a destra e a manca e di concentrarvi esclusivamente sull’analisi e la ricostruzione dei fatti. Nonostante questo, Cole potrà comunque contare su di un modesto arsenale, indispensabile al fine di preservare “l’inganno ludico” perpetrato dallo sviluppatore polacco. Al fianco dei classici mitra e balestre, trova però spazio un’arma dalle caratteristiche inusuali denominata “pistola angolare”: uno strumento che, come lascia intendere il nome stesso, consente di sparare con un’angolazione di 90 gradi, anche se non saranno molte le occasioni nelle quali vi verrà chiesto di premere il grilletto. Get Even, infatti, è un viaggio improntato alla ricerca; un titolo che avrebbe goduto di una propria identità anche in assenza di alcun tipo di arma da fuoco.
In definitiva, l’unico strumento indispensabile alla ricostruzione dei fatti sarà lo smartphone dell’ex soldato Cole Black. 
Non un semplice dispositivo elettronico ma un vero e proprio hard disk portatile custode della sua memoria digitalizzata, un ponte tra i ricordi sconnessi che lo tengono lontano dalla verità.
Non solo. Il telefono, infatti, oltre a disporre di svariate funzioni come uno scanner di DNA o una versione avanzata di GPS, è in grado di scomporre e ricostruire la realtà “virtuale” in cui è immerso il protagonista che potrà ricollocare sulla scena oggetti che aveva rimosso dalla propria memoria (o viceversa). Un espediente affascinante che, in parole povere, consente di accedere a percorsi sicuri lontani dallo sguardo non proprio vigile dei nemici.
Eppure, nonostante la reale mancanza di una minaccia incombente, la tensione in Get Even è una costante che accompagna il giocatore in ogni singolo momento. Merito, questo, non soltanto delle fatiscenti strutture e dei claustrofobici corridoi che Cole sarà chiamato a esplorare, ma anche della suggestiva colonna sonora scritta dal poliedrico Olivier Deriviere (Alone in the Dark; Obscure); un crescendo di inquietudine che concorre a generare quell’atmosfera cupa e angosciante che permea l’intero titolo.

PRO

  • Storia profonda e accattivante

  • Colonna sonora da brividi

CONTRO

  • Qualche ingenuità di troppo sul fronte grafico

  • Sistema di combattimento da rivedere

Versione testata: PS4