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Recensione | Dark Rose Valkyrie

Compile Heart: alla maggior parte di voi questo nome potrebbe non dire molto, ma si tratta di uno studio di sviluppo giapponese piuttosto prolifico che ha dato i natali, insieme ad Idea Factory alla serie di Hyperdimension Neptunia. Ancora nulla? Massì dai, lo studio che ha sviluppato quella serie di RPG tattici che prende il nome di Record of Agarest, gli autori del recente MeiQ. Ok, mi rendo conto che in occidente gli RPG orientali a basso budget non siano poi tanto popolari e che Compile Heart sia stata piuttosto altalenante nella qualità delle sue produzioni, ma se da un lato lanciare sul mercato europeo una nuova IP come Dark Rose Valkyrie realizzata da uno studio che non ha mai avuto un forte impatto mediatico può rivelarsi pressoché inutile ai fini commerciali, dal lato l’arricchimento del parco titoli di PlayStation 4 con un altro JRPG non può che far piacere ai nippofili. Giusto?

La storia si svolge agli inizi del secolo scorso, in un mondo in cui un potente virus sta infettando animali e uomini, trasformandoli in mostri aggressivi chiamati Chimere: particolarità del virus è quella di essere molto più efficace sui maschi che sulle femmine, almeno per quanto riguarda l’uomo ed è per questo che è stata creata una squadra speciale, la Special Force Valkyrie, capitanata dal giovane tenente Asahi Shiramine (che altri non è se non il nostro avatar) e composta principalmente da donne: tale squadra è concepita per far fronte alla minaccia delle Chimere. Il problema sorge però quando si scopre che il virus ha conseguenze anche sulle donne, non trasformandole in mostri ma facendo sviluppare loro una seconda personalità malvagia che si cela dietro alla loro indole naturale. Si distingueranno quindi nel gioco due fasi distinte: la prima, che si svolge all’esterno dell’accademia, riguarda l’esplorazione delle aree ed il combattimento con le Chimere (ci arriveremo), la seconda invece è ambientata all’interno dell’accademia e si articola in una serie di dialoghi a risposta multipla atti ad aumentare l’affinità fra Asahi e gli altri membri del party, ma soprattutto a scoprire quale membro della Special Force sta facendo il il doppio gioco. Nell’accademia si è infatti infiltrata una spia che dovremo smascherare tramite la meccanica degli interrogatori che ci permetterà di raccogliere indizi e trovare le contraddizioni nelle dichiarazioni dei personaggi. Tenete presente che accusare un membro del party di essere una spia, che sia essa un’accusa fondata o meno, avrà ripercussioni sulla fiducia di tutti i membri del gruppo verso il nuovo avatar. L’idea della spia e dei colloqui in sé si rivela interessante, ma purtroppo è stata inserita in una cornice narrativa priva di originalità e che ha ben poco da raccontare al giocatore.

L’esplorazione del mondo avviene all’interno di scenari ben poco dettagliati, realizzati in mappe dal level design piuttosto scarno nelle quali si possono incontrare i mostri da affrontare. Capire il corretto funzionamento del battle system è estremamente difficile, non perché questi sia particolarmente complicato, quanto per il tutorial che sin dalla prima ora di gioco ci vomita addosso una quantità di informazioni in forma testuale che diventa difficile assimilare tutte le possibilità offerte dal gioco, possibilità che nel complesso non si rivelano neanche così ricche e variegate. Si tratta di un JRPG a turni nel quale l’alternanza degli attacchi fra party del giocatore e nemici viene stabilita da una barra di turnazione non dissimile da quella presente nei giochi della serie Grandia o nel più recente Child of Light: i parametri di velocità del singolo personaggio e l’azione che ha compiuto poco prima determineranno la velocità di avanzamento nella barra, cambiando quindi di volta in volta l’ordine con il quale verranno compiuti gli attacchi. Gli attacchi potranno essere melee o con arma da fuoco, suddivisi in 3 livelli che determinano la rapidità con i quali verranno eseguiti dopo la loro selezione e diversificati per gittata che determina se i nemici disposti nelle retrovie potranno essere colpiti dall’attacco o meno. Oltre agli attacchi, i personaggi potranno beneficiare di alcune abilità la cui efficacia è determinata da un sistema di debolezze e resistenze piuttosto elementare e tali abilità potranno essere apprese quando uno dei parametri delle statistiche del personaggio raggiunge un determinato valore: ad ogni livello guadagneremo un tot di punti che potranno essere spesi per crescere tali statistiche, facendo in modo che sia il giocatore a determinare non solo quali parametri sviluppare ma anche quali abilità apprendere prima. Seppur non nuovo nel genere, è stato implementato un sistema di combo piuttosto facile da padroneggiare: concatenare gli attacchi dei propri personaggi e scatenare delle lunghe e devastanti sequenze di colpi non solo ci consentirà di accedere a delle final moves utilissime per permetterci di raggiungere una posizione di vantaggio nel combattimento, ma sarà anche fondamentale per poter accumulare bonus in battaglia e punti esperienza extra. Detto così il gioco potrebbe sembrare ricco di dettagli e personalizzazione se non fosse che, pad alla mano, tutto tende ad un appiattimento generale: gli scontri diventano ben presto frustranti e per nulla capaci di intrattenere, inutilmente lunghi a meno che non si ceda alla tentazione di utilizzare le Arts, le abilità elementali delle quali parlavamo prima, unico vero elemento capace di rendere gli scontri un po’ meno sbilanciati. Alcune pozioni offerte dal battle system sono assolutamente superflue e ridondanti e la crescita dei personaggi li porterà con il tempo ad assomigliarsi un po’ tutti in termini di statistiche ed abilità. Il tutto viene racchiuso in una cornice tecnica piuttosto lacunosa nella quale sia i personaggi che i mostri sono caratterizzati da animazioni piuttosto bruttarelle, ma soprattutto modelli poligonali carenti e texture di infima qualità, totalmente incapaci dei rendere giustizia al character design di Kōsuke Fujishima, autore del manga Oh Mia Dea! e già character designer in alcuni progetti della serie Tales of. Leggermente migliore il comparto audio dove il doppiaggio, sia inglese che giapponese, si difende piuttosto bene, ma dove le musiche sono piuttosto anonime e per nulla incisive. Inopportuno il fanservice nelle fasi di combattimento dove il ricevere troppi danni può far perdere i vestiti alle combattenti in maniera similare a quanto visto negli ormai noti Senran Kagura, ma che qui si dimostra del tutto fuori luogo per la tipologia di gioco e per le tematiche trattate.

PRO

  • Spunti narrativi interessanti

CONTRO

  • Comparto tecnico inguardabile
  • Combat system inutilmente complesso
  • Setting narrativo banalotto
  • Fanservice inadeguato al contesto

Voto: 4

Versione provata: PlayStation 4 Pro