Mettiamola giù facile: quando si parla di Far West, nel mondo dei videogiochi, è facile farsi dei complessi di inferiorità. Dei complessi piuttosto grossi, verrebbe da dire, specie quando il metro di paragone è un capolavoro pluripremiato che risponde al nome di Red Dead Redemption 2: grafica d’avanguardia, storia strepitosa e giocabilità rodata compongono un biglietto da visita invidiabile per l’opera di Rockstar Games, divenuta a pieno merito l’asticella da superare per chiunque sia così (folle) coraggioso da avventurarsi nelle terre del Selvaggio West con un pad tra le mani. Peccato che Arthur Morgan non sia mai arrivato su Nintendo Switch, e a meno di miracoli del nuovo anno da far impallidire la Madonna di Lourdes, difficilmente lo vedremo mai nell’attuale generazione Nintendo: ecco perché, con tutte le debite proporzioni del caso, Call of Juarez: Gunslinger potrebbe rappresentare un diversivo interessante per i possessori dell’ibrida Nintendo, desiderosi di dare fuoco alle polveri e sforacchiare sceriffi, indiani o altri criminali senza eccessive pretese. Che detta così potrebbe sembrare una definizione riduttiva per il titolo Techland, che nel proprio piccolo (e pur con qualche limite) riesce in modo più che egregio a divertire ed intrattenere per la decina di ore scarse necessarie a diventare la pistola più temuta del West. Il come ci riesce ve lo raccontiamo tra un attimo, tempo di buttar giù un ultimo sciacquabudella…

Spara tu che sparo anch’io…

Call of Juarez Gunslinger

Partiamo da un presupporto doveroso: Call of Juarez: Gunslinger è il quarto titolo dell’omonima saga partorita da Techland nel lontano 2006, un ritorno alle terre selvagge dei pistoleri e degli indiani dopo il precedente episodio, The Cartel, ambientato nella narcotrafficata Los Angeles dei tempi nostri. Un titolo che quest’anno va a spegnere sette candeline, questo Gunslinger, apparso esclusivamente nei canali digitali di Xbox 360 e PS3 dopo, presumibilmente, l’inabissarsi della serie proprio con l’esecrabile The Cartel – su cui ok, è inutile infierire più di quanto la critica abbia già fatto. Questa pomposa premessa serve innanzitutto a calmare le pretese di eventuali giocatori affamati di Far West, visto e considerato che sette anni non sono certo pochi per un porting e che, al netto di tutto, il gameplay di Call of Juarez: Gunslinger almeno un pochino è invecchiato. Niente che tuttavia riesca ad inficiare il divertimento di chiunque sia alla ricerca di un’esperienza più arcade shooter, nonostante una storiella divertente e caratterizzata alla grandissima, comodamente riassumibile con il classico “spara a qualsiasi cosa si muova, prima di farsi trasformare in un colino per l’acqua”. Bene, ora che ci siamo messi l’anima in pace pure su questo, possiamo procedere.

Narrativamente parlando, Call of Juarez: Gunslinger potrebbe essere tranquillamente paragonato al filone dei b-movies western che, almeno una volta nella vita, chiunque di noi si è sorbito: dal nulla arriva al bancone del saloon un famigerato pistolero, all’anagrafe Silas Greaves, che in cambio di mezzo ettolitro di whiskey a sbafo promette di allietare tutti i presenti con una bella storiella. Quella di un pistolero divenuto leggenda, che ha trascorso decenni della propria vita alla ricerca della vendetta personale e che, in questo lungo viaggio, ha intrecciato il proprio destino a quello di personaggi iconici del “lontano Occidente” quali Butch Cassidy, Newman Haynes Clanton o nientepopodimeno che Billy the Kid. Spoilerone, questo pistolero leggendario è proprio Silas (non l’avreste mai detto, vero?), e forse il suo arrivo in quel saloon desolato potrebbe non essere così casuale. Ma qui ci fermiamo, lasciandovi in balia delle dieci ore scarse di playthrough che vi accompagneranno a questo gustoso epilogo spaghetti western. Questo senza tuttavia dimenticarci di lodare la modalità narrativa prescelta da Call of Juarez: Gunslinger, che alterna momenti di scanzonata ilarità ad altri (molto sagaci) in cui sembra quasi prendersi troppo sul serio. Esattamente come farebbe un ubriacone con un enorme cinturone, un mantello e un cappello da cow boy. Dettaglio non certo marginale per gli amanti della letteratura dei tempi: collezionando i vari collectibles disseminati nella dozzina di aree di gioco, sarà possibile recuperare dossier e archivi storici su molti dei personaggi famosi incontrati. Nulla di davvero utile in termini di gameplay, ma non vi nascondiamo che, qualche gustosa curiosità su Billy the Kid o Geronimo, non ce la saremmo mai aspettata.

Quando l’uomo col fucile incontra quello senza….

Call of Juarez Gunslinger

Sul fronte gameplay, la nostra disamina è in realtà più facile del previsto, in quanto possiamo riassumere questo Call of Juarez: Gunslinger come un normalissimo arcade shooter dove i corridoi danno una minima parvenza di open world. Minima è già un’esagerazione, in quanto vi basterà uscire di pochi metri dall’area del livello corrente per vedersi ricaricare l’ultimo salvataggio automatico, con buona pace dell’esplorazione. Da esplorare in realtà non è che ci sia poi tanto, se consideriamo che gran parte dei segreti (di cui parlavamo in apertura) sono grossomodo sotto i vostri occhi. Il colpo d’occhio, quantomeno, è positivo, con scenari aperti e spaziosi che profumano lontano un miglio di biada e tabacco da masticare. Le meccaniche di gioco sono essenzialmente tre: spara, accovacciati e, una volta riempito l’indicatore, attiva una specie di bullet time utile ad eliminare in un sol colpo quanti più nemici possibili. Semplice ed intuitivo, con una discreta varietà di bocche di fuoco da utilizzare (immancabile il dual wielding, sennò che fuorilegge del piffero saremmo?) e l’onnipresente candelotto di dinamite per ravvivare un po’ la situazione. La caratterizzazione dei nemici è lodevole, con energumeni di varia stazza armati in modo più o meno bastardo o, in alcuni casi, decisamente più forti della media: imparerete presto ad odiare i fucilieri, per i quali dovete sempre tenere a portata di mano parecchio piombo, o i farabutti nascosti dietro un asse di legno – che richiedono un pizzico di mira in più per l’headshot perfetto. Dulcis in fundo, le boss fight: ogni scenario ne prevede una, e rappresentano indubbiamente l’aspetto più interessante della produzione sia per varietà, sia per la strategia che dovrete utilizzare per uscirne vivi. Non si tratterà dunque di sparare come demoni fintanto che il nostro avversario cadrà al tappeto, quanto piuttosto di sfruttare anche l’arena del combattimento a nostro vantaggio: anche quanto, di fronte ad una miniera, saremo dentro una buca nel terreno con mezza dozzina di simpaticoni che ci usano come bersaglio.

Sorpresa delle sorprese è il duello, ultimo atto di numerosi scontri che richiederà al giocatore un surplus di riflessi e tempismo: premesso che il control schema dei duelli, almeno per la prima ora di gioco, sarà la cosa più macchinosa del creato, questi rappresentano un’intuizione sicuramente brillante nell’economia di gioco – tanto che esiste una modalità di gioco interamente dedicata a questi scontri faccia a faccia. Potrete ammazzare il vostro avversario con disonore, o aspettare il momento giusto per eliminarlo in modo onorevole: ma per questi dettagli, così come il modo migliore di estrarre l’arma e il focus sul bersagio corrente, meglio fare affidamento al tutorial disponibile in game… Ultima cosa, ma non certo meno importante, la componente (all’acqua di rose) rolistica: ammazzare a destra e a manca, regalare headshot come se non ci fosse un domani e sbizzarrirsi in uccisioni multiple con la dinamite premierà il nostro Silas con punti esperienza, da investire in un triplice skill tree dalle fattezze di un caricatore di pistola (fantasiosi, sti fuorilegge). I potenziamenti sono super tradizionali, e spaziano dall’aumento della modalità concentrata ad una mira maggiore, passando per una maggior riserva di pallottole per pistole/fucili e via dicendo. Ci si muove nel territorio della tradizione, questo è abbastanza evidente, ma pur nella propria semplicità non possiamo negare che il meccanismo di Techland funzioni come si deve.

Esattamente come il comparto tecnologico di Gunslinger, che non fa i salti mortali per diventare il porting più bello su Nintendo Switch ma, nel proprio complesso, mostra i denti con arguzia e gusto. Ottimo l’impianto sonoro, con delle voci ispiratissime e dei dialoghi da far impallidire l’Hollywood dei bei tempi: abbondantemente sopra la media il comparto grafico, che sfrutta un cell shading saturato per mascherare un livello di dettaglio non proprio esagerato o, per ovvi motivi, un riciclo degli asset comunque evidente. Nel complesso, Call of Juarez: Gunslinger fa una figura migliore in modalità portatile, complice la diagonale ridotta della console, garantendo tuttavia un framerate granitico in ambodue le soluzioni e una resa visiva, nel complesso, piacevole per ciascuna sequenza di gioco. Bravo Silas, in fondo così male non lo eri davvero…

PRO

  • Narrazione scoppiettante
  • Ottima caratterizzazione dei personaggi
  • Dialoghi ispiratissimi
  • Gameplay immediato e senza fronzoli…

CONTRO

  • … ma forse un po’ troppo semplice ed essenziale
  • I sette anni sul groppone un po’ si vedono..

Versioni disponibili: PlayStation 3, Xbox 360, Nintendo Switch

Versione provata: Nintendo Switch

Commenti

RASSEGNA PANORAMICA
PUNTEGGIO TOTALE
7
Articolo precedenteXbox Series X non è in competizione con PS5, secondo Microsoft
Articolo successivoMicrosoft rafforza l’impegno per la sostenibilità, evento in diretta giovedì 16 Gennaio
Alberto Destro
Quando il Signore regalava agli uomini l'arte della scrittura, probabilmente ero al bagno.