Se siete anche solo leggermente più svegli di chi vi scrive, quando avrete sentito parlare di Blacksad: Under the Skin un veloce due più due l’avrete fatto. Da ex-fumettaro specializzato nel dilapidare la paghetta fornita dai miei, ammetto di non essere mai entrato in contatto con John Blacksad, l’ispanica creatura di Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido protagonista di una classicissima serie di vicende noir, a cavallo degli anni ’50, ambientata in una malavitosa New York. Il che è un gran peccato, considerando l’enorme potenziale del gattone nero protagonista, la meravigliosa atmosfera ricreata dalle sapienti matite di Guarnido e, non certo ultimo, lo stile dissacrante, cinico e tutto tranne che edulcorato che permea le pagine dei cinque volumi di cui si compone il ciclo (che, avete capito, in super ritardo ho acquistato su Amazon alla velocità della luce). Diciamo dunque che sì, l’arrivo di Blacksad: Under the Skin su Switch ha fatto scattare la proverbial scintilla d’amore, dandomi la possibilità di provare “sulla mia pelle” un’avventura parallela in questo universo zoomorfo, fatto di intrighi,  tradimenti e immancabili omicidi: una storia davvero, e sottolineo il davvero, coinvolgente che tuttavia non trova degno supporto (almeno su Switch) da una componente tecnologica un po’ troppo claudicante. Ma tempo di recuperare le prove e ci arriviamo con calma.

Il mio nome è Blacksad, John Blacksad

Blacksad Under the Skin

Dai, un accenno veloce alla storia di questo Blacksad: Under the Skin giusto per entrare nel mood appropriato, evitando come la peste rivelazioni scottanti o spoiler succosi (visto che i colpi di scena, da qui ai credits, non mancheranno certo). New York, una manciata d’anni dopo la seconda Guerra Mondiale: Blacksad è un private eye,  un detective privato sopravvissuto agli orrori del conflitto che, per sbarcare il lunario, appende al chiodo l’uniforme a favore di un lungo soprabito beige in perfetto stile Humphrey Bogart. Un gatto come tanti, in un universo dove gli animali si muovono a due zampe, lavorano, amano, ma soprattutto odiano. Ogni tanto tradiscono la propria moglie, destinata a divenire cliente affezionata di Blacksad nella speranza di un sospetto errato, ogni tanto finiscono invece per uccidere. Magari cercando di fuorviare le indagini, spacciando il tutto per l’estremo atto di un pugile che non sembra avere più nulla di buono per cui continuare a lottare. Ma lo sappiamo, un omicidio non è mai un semplice omicidio: e dietro ad un corpo che pende dal collo possono celarsi passioni, vendette, montagne di soldi. Del resto, le strade di New York sono piene di segreti, e servono una buona vista e un ottimo naso per venirne a capo: tutte doti che, un gatto detective, non può certo non avere.

Già da questo accenno di trama capirete immediatamente uno dei punti forti di Blacksad: Under the Skin: la componente narrativa. Vuoi per il fascino insito della Manhattan del dopoguerra, vuoi per la caratterizzazione sensazionale dei primari e comprimari che andremo ad incontrare, l’ordito narrativo della creatura di Pendulo Studios è un saliscendi di emozioni, un turbinio di rivelazioni, scoperte, passi falsi e improvvise intuizioni che difficilmente non riescono a far breccia nei cuori degli amanti del genere. Il jazz malinconico e gracchiante che suona in sottofondo (in modo esemplare, lasciateci aggiungere) aumenta ulteriormente il senso di immersione cinematografica, regalando un contesto affascinante dove la curiosità funge da catalizzatore nella progressione di gioco. Peccato che, da qui in avanti, il caso si faccia decisamente più fitto.

Modus Operandi

Blacksad Under the Skin

In termini di meccaniche, Blacksad: Under the Skin eredita paro paro gran parte degli stilemi già fatti propri dal precedente operato di TellTale Games: chiunque abbia già avuto modo di provare The Walking Dead o il meravigliso The Wolf Among Us, non avrà bisogno di più di cinque minuti per ritrovarsi comodamente a proprio agio con control schema dello sviluppatore madrileno – anche se, è il caso di dirlo, non ve ne serviranno comunque più di dieci dovesse essere questa la vostra prima volta con un’avventura grafica tridimensionale. Al netto di operatività standard nel genere, come i famigerati QTE o il sistema dinamico di dialoghi (che permette non solo di restarcene in silenzio, ma molto spesso ci obbligherà a decidere cosa dire entro uno scarsissimo tempo limite), la meccanica più interessante di Blacksad è sicuramente quella della deduzione. Una volta raccolto un set di indizi ragionevole, sarà possibile accedere ad una apposita schermata dove questi sono elencati e associarne due o più, in modo da creare un’evidenza. Si sa, due indizi fanno una prova, figuriamoci tre: un po’ macchinoso all’inizio, trattandosi di un menu leggermente confusionario, ma non servirà molto per impratichirsi e procedere nell’indagine spediti a testa bassa, macinando indizi e sospetti. Prima di preoccuparvi, sappiate che un apposito indicatore vi informerà quando sarà possibile entrare nella modalità Deduzione: magari all’inizio potrebbe essere un aiuto superfluo, ma ve ne innamorerete sicuramente quando le prove da analizzare saranno numerose.

Altro aspetto interessante, sempre in termini forensi, è la possibilità di usare i sensi di gatto di Blacksad per cogliere particolari altrimenti invisibili: dall’udito sopraffino alla vista di falco, passando per un olfatto mica da ridere, durante le nostre chiacchierate con sospetti e/o comprimari sarà occasionalmente possibile attivare questa modalità speciale dove, a tempo congelato, concentrarci su piccoli indizi. Tutto grasso che cola quando c’è un potenziale killer da trovare, basta solo mantenere la concentrazione. Piccola curiosità: le scelte, il modo con cui effettueremo l’indagine, i dialoghi effettuati e quant’altro vi venga in mente andranno a delineare la scheda del nostro Blacksad, che potrà essere più o meno loquace, pragmatico, emotivo o ottuso. Cambiaste idea di colpo o, chissà, vorreste essere più gentili con un sospettato, potrete sempre ricaricare una delle sequenze precedenti dell’avventura e ripartire da lì con la vostra analisi: consiglio, quasi scontato, alla prima run fingete di non aver mai saputo di questa possibilità.

Un caso difficile

Blacksad Under the skinQuanto di buono detto sin’ora a proposito di Blacksad: Under the Skin va letteralmente in fumo analizzando nel dettaglio la componente tecnologica del titolo Pendulo Studios. Possiamo anche chiudere un occhio sul control schema, che risulta farraginoso e dannatamente lento (ok, non stiamo giocando a CoD, quindi ci può anche stare): ma la situazione si fa problematica con la gestione della telecamera, che è ridotta davvero al minimo storico e permette di ruotare l’inquadratura di una manciata di gradi al massimo. Tutto tranne che ideale quando si cercando indizi in una palestra già sommersa nella penombra. Muoversi nei panni di Blacksad è un impresa indubbiamente complessa e meccanica, che richiede di scendere a patti con la frustrazione quando, ad esempio, un oggetto minuscolo blocca il nostro cammino o, peggio, quando la telecamera irremovibile non ci fa capire dove stiamo andando.

Proseguiamo coi capi d’accusa: al netto di tempi di caricamento biblici, insostenibili per un gioco che richiede 20+ giga di installazione su Switch, è inaccettabile perdere 15/20 secondi per accedere alle impostazioni o per attivare il menu di pausa – o allo stesso modo, per tornare in gioco. Ribadiamo, non siamo di fronte ad un gameplay frenetico dal ritmo incalzante: certo è che tutte queste pause non necessitano di troppe ore di gioco per divenire insopportabili.

Ben più grave è la situazione sul versante grafico, che presta il fianco in modalità portatile, palesando un leggerissimo miglioramento (ma nulla di così eclatante) nella variante docked. Il frame rate raggiunge i 30 FPS a fatica, mostrando una sana vocazione a droppare fotogrammi nei cambi di scena: le texture appaiono slavate, specie nelle sequenze esterne, dove per una buona dose di secondi la risoluzione va letteralmente a picco prima di tornare a livelli “accettabili”. Il tutto, ovviamente, condito da qualche scatto o rallentamento di sorta. Anche la modellazione dei personaggi risulta altalenante, con modelli sporchi e low-poli che si muovono staccandosi in modo fastidioso dal fondale. Il colpo d’occhio, in buona sostanza, alterna schermate accettabili ad altre preoccupantemente al di sotto della sufficienza – un enorme peccato, alla luce di una direzione artistica di assoluto interesse. A questo, infine, vanno ad aggiungersi una discreta serie di bug, che spaziano da problematiche “relativamente” innocue come scomparsa dei sottotitoli ad altre drammatiche, come l’impossibilità di uscire dall’inquadratura corrente e di effettuare qualsivoglia azione. Visto quanto Blacksad: Under the Skin ha da dare in termini di narrazione e coinvolgimento, una maggior attenzione alla componente tecnica avrebbe sicuramente dato maggior respiro alle nostre indagini. Magari, chissà, ne riparleremo per il prossimo caso: la grande mela, lo sappiamo tutti, non dorme mai.

PRO

  • Narrazione coinvolgente e centellinata con arguzia
  • Personaggi carismatici e delineati alla perfezione
  • Giocabilità non certo innovativa, ma alla portata di molti.

CONTRO

  • Tecnologicamente ha una serie lunghissima di problemi…
  • …e nemmeno il numero di bug scherza!
  • Tempi di caricamento esagerati, sia in handeld che in docked.

Versioni disponibili: PC, PlayStation 4, Xbox One, Nintendo Switch

Versione provata: Nintendo Switch

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RASSEGNA PANORAMICA
PUNTEGGIO TOTALE
6.8
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Alberto Destro
Quando il Signore regalava agli uomini l'arte della scrittura, probabilmente ero al bagno.