Nonostante molti giochi indie abbiano importati aspetti di game design che sono tipici della serie Dark Souls, difficilmente abbiamo visto qualcuno tentare il grande salto e cercare di competere in termini di grandezza e impostazione proprio con il titolo di From Software. Ashen tuttavia cerca di porsi proprio come alternativa a metà strada tra scena indipendente e grande produzione.

Il mondo di Ashen poggia il suo fondamento narrativo su una mitologia che spazia attraverso tre regni e ulteriori razze, le quali avrebbero governato in attesa del ritorno dell’animale leggendario che dà il titolo al gioco e che avrebbe creato tutta l’ambientazione. Così come le premesse possono echeggiare a Il Signore degli Anelli, la trama si sviluppa senza esagerare per originalità e ricalcando parecchi spunti che somigliano a colleghi illustri (Dragon’s Dogma o Dark Souls stesso), denotando più ammirazione nel rifarsi a giochi altrui, che non creatività nel creare il proprio.
A parte questo però il comparto grafico riesce comunque a donare una bellissima identità al gioco, grazie ad una direzione artistica sobria ma curata. I poligoni scarsamente dettagliati evidenziano la natura indie del progetto, tuttavia ogni texture è ben colorata e arricchita da sfumature che ne mascherano la semplicità, creando un effetto suggestivo anche grazie all’ottima attenzione nel creare paesaggi. La grande forza di Ashen sta nel presentare dei luoghi e figure che per quanto non escano troppo da confini ampiamente rodati, sono esteticamente gradevoli. Le località spesso regalano scorci da cartolina, mentre i personaggi non hanno un vero volto, limitandosi a differenziarsi sulla base di dettagli come acconciatura o barba e baffi. In modo simile ad Absolver, altro gioco indie, gli inespressivi protagonisti riescono però ad assumere in modo alternativo dei connotati tali da rendere particolare un tratto anonimo.

La giocabilità però rimane il punto importante su cui effettuare non solo la prova principale, ma anche il confronto che Ashen non vuole affrontare a pieno. Il paragone con i Souls infatti è mantenuto a distanza non soltanto dalla differente caratura della produzione, ma anche dal fatto che gli sviluppatori hanno voluto proporre qualcosa di più semplice e contenuto.
La caratteristica più evidente sta nell’assenza di valori da aumentare secondo il metodo ruolistico. I potenziamenti al protagonista si innestano grazie al reperimento e utilizzo di accessori o oggetti speciali, tuttavia non c’è una vera e propria componente gdr dietro. Rimane comunque indispensabile raccogliere delle spoglie (qui chiamate scorie), che ricoprono il ruolo di valuta da usare in gioco e che vengono perse ad ogni sconfitta e recuperate nello stesso punto, con risultati frustranti a cui qualsiasi utente abituale dei soulslike è abituato.

Lo stesso sistema di combattimento ha meno opzioni da offrire, rinunciando a certe raffinatezze che donano maggiore profondità come il sistema di contrattacco legato alle parry o la gestione più elaborata di attacchi e schivate. Le opzioni presenti in Ashen sono minori, forse più semplici da imparare per un principiante, ma più limitanti a lungo andare e restrittive nelle fasi avanzate. La presenza di una modalità cooperativa inoltre è un ulteriore aspetto di come questo titolo cerchi di inserire dei cuscinetti che rendano meno duro l’urto contro certe meccaniche. Qualora ci si affidi ad un aiutante gestito dal computer, in assenza di un giocatore umano, le cose però si fanno complicate. La cpu denota un’intelligenza artificiale davvero povera, per cui il nostro compare ci affianca in modo goffo, dando si un grosso aiuto nei combattimenti, ma rivelandosi totalmente incapace di seguirci in alcuni passaggi banalissi. A volte basta scendere o salire lungo alcune rocce, in assenza di un sentiero, per mandare in corto circuito l’IA, la quale resterà bloccata, abbandonando il giocatore da solo contro orde di nemici.
L’alternativa è accompagnarsi con un amico, tuttavia l’interfaccia è farraginosa e complicata. Manca un sistema di matchmaking preciso ed è possibile entrare in partita altrui solo qualora ci si trovi nell’identico punto della storia e usando un inutilmente complesso sistema a password. Considerando che la cooperativa è un aspetto importante del gioco, questo risulta decisamente poco curato e implementato male, quale che sia l’utilizzo che ne farà il giocatore.
Fatti i conti con questi limiti, la progressione è abbastanza ben gestita. L’alternanza di missioni principali e secondarie premia con oggetti utili che incentivano una corsa meno lineare verso i titoli di coda, esplorando al fine di ottenere potenziamenti, armi o anche solo ampliamenti dell’Asilo del Ramingo, la base centrale che ricorda nelle sue funzioni il Firelink Shrine di Dark Souls, segnando un ulteriore punto in comune ripreso dagli sviluppatori di A44 Games. Gli incentivi per darsi da fare sono quindi tanti, che sia ingrandire la propria base, o che sia ricevere accessori che migliorano le proprie prestazioni (utilità raddoppiata proprio dall’assenza di livelli e statistiche da gdr), arrivando a riempire oltre 20 ore di gioco.

Pro

  • Direzione artistica grafica semplice, ma suggestiva
  • Nel complesso solido e discretamente realizzato

Contro

  • Cooperativa mal gestita a causa di un’ IA inefficiente e un matchmaking scomodo
  • Meccaniche di combattimento poco profonde

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