Il dibattito sul futuro dei videogiochi live service si è acceso grazie al movimento Stop Killing Games, che chiede agli editori di non spegnere server e non rendere inaccessibili i titoli acquistati dai giocatori. A sostegno si sono schierati diversi sviluppatori, ma non tutti lo considerano sostenibile a livello economico. Tra le voci più curiose c’è quella di Randy Pitchford, CEO di Gearbox Software e volto della serie Borderlands, che ha commentato il tema con un approccio quasi filosofico: i giochi, come le persone e persino le stelle, sono destinati a finire.
Pitchford ha raccontato di aver perso giochi importanti e di comprendere il dolore dei fan. Ha però spiegato che mantenere vivi per sempre i live service è un’illusione: “un prodotto che vive non può non morire”. La sua riflessione si è spinta oltre il settore videoludico, arrivando a paragonare l’esperienza alla vita stessa e persino al destino cosmico: un giorno, in un futuro lontanissimo, l’universo raggiungerà la morte termica e tutto scomparirà. In questo senso, Battleborn – il titolo Gearbox chiuso nel 2020 – rappresenta per lui l’ultima stella spenta prima di quell’inevitabile silenzio cosmico.
Questa visione esistenziale non è però segno di resa. Pitchford ha sottolineato che l’odio per la fine delle cose lo spinge a lottare, a cercare di allungare la vita delle esperienze e delle persone care, proprio come l’attivismo dei fan tenta di prolungare la vita dei giochi. Una battaglia impari, ma che resta preziosa.
Parallelamente, lo sviluppatore non nasconde l’orgoglio per il futuro della sua saga. Borderlands 4, secondo lui, sarà il miglior capitolo mai realizzato: un open world seamless ambientato sul nuovo pianeta Kairos, il più vasto mai creato da Gearbox. Qui i giocatori potranno esplorare liberamente grazie a nuove meccaniche come doppi salti e planate, in un mondo che riflette le tensioni tra ordine e libertà, ispirate anche alle vicende aziendali vissute dallo studio.
Ecco quanto affermato da Randy Pitchford (grazie a The Gamer):
“Purtroppo ho perso dei giochi ed è una esperienza che colpisce, quindi ammiro l’attivismo. È un problema strano e complesso, però, perché penso al tempo stesso che, se crei qualsiasi gioco che è un vero gioco come servizio, sembra impossibile realizzare un prodotto che è al tempo stesso una cosa vivente che però non può morire. Onestamente non so come risolvere la cosa. Credo sia una metafora della vita. Odio il fatto che un giorno le persone di cui mi importa non ci saranno più e un giorno io non sarò più qui. Lo odio e desidererei poter essere qui per sempre, perché non mi voglio perdere nulla e odio l’idea che qualcuno senta la mia mancanza, ma è qualcosa che devo accettare e col quale fare i conti. Credo inoltre che il sentimento sia positivo e lo comprendo: tutti amiamo le esperienze che sono di valore e vogliamo che durino per sempre.
La verità è che a un certo punto, trilioni e trilioni di anni nel futuro, l’universo raggiungerà la morte termica e tutto decadrà nel massimo stato di entropia e non ci sarà letteralmente nulla. Battleborn [live service di Gearbox chiuso a febbraio 2020, ndr] sarebbe stata l’ultima stella che sarebbe esistita prima di tale momento, perché tutte le stelle dell’universo moriranno. Fa riflettere pensare al fatto che tutto finirà. Non solo noi, ma letteralmente tutto, e in un certo senso lo odio e odio il fatto che dobbiamo vivere in un universo che sarà distrutto. Amo il fatto che odio tutto questo, perché mi spinge a lottare”.
In definitiva, Pitchford offre un doppio messaggio: da un lato riconosce la fragilità dei videogiochi come medium, dall’altro rivendica la forza creativa di un team che continua a innovare e a guardare avanti, consapevole che nulla dura per sempre, ma deciso a lasciare un segno finché possibile. Un pensiero che ricorda le recenti dichiarazioni di Ubisoft.
