Quello degli spin-off è stato sempre un mondo a parte, in ambito videludico. Prendete dunque un franchise conosciutissimo e declinatelo nel modo più strambo possibile, andando a sconvolgere anni ed anni di lore sapientemente costruita dagli sceneggiatori ed avrete, più o meno, quanto successo in questa fattispecie. Si perchè in questo caso la base di partenza, ovvero la saga di Yakuza rappresenta già di suo un franchise in cui la “normalità” è fatta di eccessi e roboanza e lo “spingere ancor di più sull’acceleratore” ci porta in contatto con un unicum ancor più matto e delirante. Ci troviamo dunque di fronte ad un mero escamotage commerciale o ad un prodotto che, per quanto strambo, ha una sua ragion di essere? Delle due, la seconda: ma scopriamone di più con la nostra recensione di Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii.
All’arrembaggio…
Quello piratesco è un setting che, da sempre, ha esercitato una fascinazione sull’utenza, tanto cinematografica, quanto videoludica. Senza scomodare mostri sacri quali i vadi episodi di The Secret of Monkey Island, più di recente saghe come Risen ed Assassin’s Creed hanno avuto le loro declinazioni, di successo, in salsa piratesca. Risen II: Dark Waters ed Assassin’s Creed IV: Black Flag riuscirono infatti ad intercettare un gigantesco apprezzamento, portandoli ad essere tra gli episodi più apprezzati delle rispettive serie, pur snaturando completamente il setting di partenza.
Ed è appunto quanto successo in occasione di Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii. Le “tranquille” zone urbane di Tokyo vengono infatti sostituite dai mari facenti parte dell’oceano pacifico e le scazzottate iperdinamiche cui siamo abituati continuano ad esistere, alternate, però, ad uno stile di combattimento più “piratesco”. Imbarchiamoci dunque in una avventura capace di rivoluzionare la nostra concezione del franchise, rendendolo più fresco, più attuale e dannatamente più divertente.
Il mio nome è…
In Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii indosseremo i panni di Goro Majima, personaggio a noi straconosciuto e già noto per la sua verve alquanto strampalata ed istrionica. Il buon Goro, risvegliatosi su una isola tropicale, ha perso la memoria, immemore persino del suo stesso nome. Tratto in salvo da un ragazzo di nome Noah, Goro, facendo di necessità virtù, si reinventa pirata, salpando alla ricerca del suo passato e sotto l’ombra di un tesoro misterioso, uno dei più grandi mai esistiti.
Così facendo si troverà coinvolto in una intifada con tagliagole e criminali di varia fatta, rendendosi protagonista di una moderna epopea piratesca che lo porterà, tra combattimenti terrestri e marittimi, a imporre il suo dominio nella città di Madlantis e per tutto l’oceano pacifico, alla ricerca del suo nome, del suo passato e di un tesoro il cui possesso potrebbe stravolgere il futuro dello stesso mondo, oltre che ingrassare in modo cospicuo le finanze della sua ciurma.
Non solo pugni…
Il gameplay di qualsiasi episodio di Yakuza ha sempre visto nel sistema di combattimento il suo punto focale. Tra un minigioco e l’altro, presenti ovviamente anche in questo spin-off piratesco, e di cui parleremo più avanti, saremo costretti a farci strada tra la marmaglia criminale che incontreremo sulla nostra strada, a suon di pugni, ma non solo.
Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii vede nello stravolgimento del sistema di combattimento, rispetto alle ultime iterazioni, la sua principale innovazione. Niente più combattimento a turni ma una impostazione maggiormente votata alla azione, quasi in tempo reale, che permetterà a Goro Majima di aprirsi varchi a suon di iperdinamici ceffoni. Per rendere il combattimento più stiloso e più in linea con l’ambientazione, avremo a disposizione due stili di approccio ai nemici, differenti ma complementari tra di loro.
Si parla infatti di combattimenti in stile MAD DOG ed in stile SEA DOG. Quale che sia la vostra scelta, ambedue ci permetteranno, in pura guisa Yakuza, di alternare attacchi leggeri ed attacchi pesanti per avere ragione dei nostri opponenti. Il primo dei due, più afferente alla classica esperienza Yakuza, ci vedrà colpire a suon di pugni e calcioni i nostri nemici, alternando velocissime combo a colpi pesanti per ottenere efficacissimi KO. Lo stile SEA DOG ci vedrà indossare gli indumenti di un provetto capitano pirata ed affrontare, in tal guisa, a suon di fendenti , spade, colpi di pistola ed utilizzando addirittura un rampino, i nostri nemici.
Come dicevamo poc’anzi, i due stili di combattimento possono essere mixati ed alternati, non solo per mere ragioni estetiche o di preferenza dell’uno o dell’altro approccio. A differenziarsi, rispetto ai classici episodi Yakuza, saranno anche i nemici e gli approcci di combattimento degli stessi nei nostri confronti. Come conseguenza di ciò, il livello di difficoltà si innalzerà notevolmente e solo un completo padroneggiamento di ambo le tecniche di combattimento ci permetterà di evitare perentori game over, che potrebbe essere invece molto frequenti qual’ora si scegliesse di affidarsi ad un frenetico button mashing,
…ma anche minigame
Se è vero che non esiste Yakuza senza combattimenti, lo è altrettanto che il franchise made in SEGA non possa esistere senza i suoi bislacchi e strampalati minigame. E nemmeno Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii fa eccezione a questa regola aurea.
Tra fasi esplorative in un simil open world ed innumerevoli scazzottate, ci capiterà sovente di impegnare il nostro tempo grazie ad una pletora di attività collaterali che, in puro stile Yakuza, ci immergeranno ancor di più nel mondo di gioco e nelle sue usanze. Tra “Home Run Derby” ed istanze di Karaoke, potremo infatti giocare a svariati arcade game SEGA, Virtua Fighter in primis. Potremo inoltre accedere al “colosseo dei pirati” una mega-arena dove impostare immense battaglie navali e dove rendersi protagonisti di istanze di abbordaggio e di conquista delle navi avversarie”.
A tal riguardo, spiccano particolarmente le battaglie navali cui, periodicamente, dovremo prender parte durante il playthrough. Scimmiottando quanto egregiamente visto in Assassin’s Creed: Black Flag, e molto meno egregiamente in Skull & Bones, saremo portati ad equipaggiare la nostra nave con svariati strumenti di morte, potenziandola volta dopo volta, al fine di renderla idonea a battaglie sempre più provanti. Va detto però che, a differenza dei due sopraccitati titoli made in Ubisoft, Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii fa della semplificazione il suo punto focale. Dimenticate dunque le millemila opzioni viste in AC: Black Flag: anche il combattimento navale, in questo spin-off piratesco della saga di Yakuza, è improntato alla leggerezza e al divertimento più assoluto.
Diverte e non stanca…
Pur con le sue mille deviazioni dalla saga principale, Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii rappresenta un divertente diversivo, un arzigogolato e balzano modo per impiegare svariate ore, in salsa piratesca, pur se innestate nel mondo di Yakuza.
La versione PC da noi provata, risulta ben ottimizzata e gira senza problemi anche su una configurazione buona ma, di certo, non di ultimissimo grido. Su un Intel I7 10700k, equipaggiato con 64Gb di Ram ed una 3080 liscia, Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii, installato su un SSD NVME Gen 4, non ha presentato rallentamenti di sorta, donandoci una esperienza piacevole anche dal punto di vista visivo e sonoro.
La recensione in breve
Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii rappresenta una geniale variazione sul tema Yakuza. Stravolgendo la lore e la ambientazione, Sega riesce a fornirci un prodotto divertente, bislacco e coinvolgente, capace di divertire e far passare ore di puro relax, spegnendo la testa nel nome del divertimento più puro.
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Voto Game-Experience