Fin dai primi minuti, Silksong si presenta come un’opera che non intende scendere a compromessi. Non un sequel indulgente o un capitolo pensato per accogliere i nuovi giocatori con la mano tesa, ma una sfida più dura, serrata e verticale di quanto lo fosse l’originale Hollow Knight. L’impianto ludico rimane quello, radicato in un impianto metroidvania raffinato e labirintico, ma Hornet non è il Cavaliere: è più agile, più scattante, persino più aggressiva nelle animazioni, e tutto questo si riflette in un ritmo generale più rapido, nervoso, quasi teso. La curva di difficoltà mette subito in chiaro che l’esplorazione di Pharloom richiederà attenzione, memoria e sangue freddo: i nemici colpiscono forte, si muovono velocemente, e i checkpoint rappresentati dalle panchine diventano ancora più preziosi di quanto non lo fossero a Nidosacro. Team Cherry ha preso un’eredità monumentale — quella di Hollow Knight — e non ha scelto la strada più facile: non una semplice espansione, non un fotocopiare effetti speciali, ma una trasformazione, una riflessione profonda su cos’era il primo titolo e cosa poteva diventare. E il risultato è un videogioco che parla molto più di quanto sembri: a patto, ovviamente, di saperlo ascoltare.
Molto più di una nuova eroina

Cambiare protagonista non è mai solo uno stratagemma narrativo: con Hornet, Silksong ridefinisce ritmo, peso, movimento. Non più la lentezza pacata, quasi meditativa del Cavaliere che esplora Hallownest; qui Hornet è slancio, traiettorie frastagliate, rischi calcolati. Il salto non è solo verticale, ma curvo, inclinato, problematico, spesso pericoloso. Il combattimento non si basa su colpi sicuri e ritmi che oscillano tra difesa e attacco: l’aggressività va seminata, l’errore punito, la mobilità sfruttata.
Questa Hornet fragile ma capace mette alla prova. Ogni contatto, ogni mossa sbagliata ha conseguenze concrete. E non è solo per far soffrire: è perché il testimone che era stato passato non può essere raccolto distrattamente. Serve concentrazione, serve memoria muscolare, serve essere disposti a sbattere la testa contro gli schemi per farli propri.
Struttura e progressione
La rivoluzione non si limita ai controlli. Silksong è più “diretto” e al tempo stesso più stratificato. Il sistema di missioni rappresenta un passo avanti evidente rispetto alla solitudine quasi assoluta del primo gioco. Non è una banalizzazione: le quest non ingabbiano l’esperienza, ma la ampliano, offrono punti di riferimento senza mai togliere la libertà di vagare. A questo si aggiungono nuove valute come i Rosaries, che fungono da moneta principale ma possono essere anche “legate” in collane per non perderle in caso di morte, e le Shell Shards, indispensabili per costruire o riparare strumenti.
Il vero cuore della progressione, però, sta nelle crests: oggetti equipaggiabili alle panchine, simili ai charm del primo Hollow Knight ma più flessibili e profondi. Ogni crest non solo modifica le statistiche di Hornet — dal danno agli effetti sui tool — ma cambia spesso il ritmo stesso del combattimento, obbligandoti a ragionare su build differenti. Alcune crests ampliano la finestra di invulnerabilità dei dash, altre potenziano l’efficacia dei tool o riducono il tempo di recupero dopo un colpo subito. Il numero di slot a disposizione non è infinito, e l’equilibrio tra potenza e utilità diventa una scelta costante che accompagna tutta l’avventura.

A rendere ancora più ricco il sistema ci sono le Silk Charms (sbloccabili in luoghi chiave come la Cappella dell’Errante e altre zone sacre), che intervengono direttamente sul kit di Hornet e ne ridisegnano le abilità. Qui non si parla di semplici bonus, ma di vere e proprie trasformazioni: attacchi che si sdoppiano, capacità di arrampicata, variazioni sui lanci e sulle cuciture del filo. È in queste ricompense che Silksong si apre maggiormente alla sperimentazione, regalando momenti in cui un’intera sezione del gioco cambia approccio in base a cosa hai equipaggiato.
Infine, i tools rappresentano l’altro grande pilastro della progressione: strumenti speciali che Hornet può trovare, migliorare e soprattutto mantenere in efficienza attraverso le risorse raccolte nel mondo. Ogni tool ha un utilizzo pratico e incisivo, che sia offensivo, difensivo o legato all’esplorazione, e il fatto che possano deteriorarsi costringe a valutare attentamente quando e come usarli. Qui non si parla di crafting tradizionale, ma di una gestione accorta dell’equipaggiamento: investire materiali nelle riparazioni o nel potenziamento dei tools significa plasmare lo stile di gioco, prediligendo approcci aggressivi o più prudenti a seconda della propria build.
Il senso che ne deriva è quello di un mondo più vivo, più reattivo, in cui ogni azione sembra avere un eco tangibile. Silksong non si limita a proporre nuove aree da esplorare: ti spinge a viverle, a interagirci, a costruire sopra di esse. È un design che aumenta la densità del gioco senza mai spegnerne l’anima contemplativa.
Silksong e la questione difficoltà

Silksong non cerca di essere accogliente in termini di sfida: è una bestia che morde, aspra, esigente. I boss hanno fasi multiple, pattern articolati, spazi di arena che riempiono lo schermo con pericoli. I runback – ossia il percorso che fai dopo la morte per raggiungere il punto di salvezza o il boss – divengono parti integranti del combattimento: non solo punizione, ma occasione di rivedere le proprie strategie, tempistiche, proprio perché ogni errore ha peso.
È vero: alcuni giocatori hanno trovato che il danno dei nemici, soprattutto nei primi momenti, sia più alto da subito che nel primo Hollow Knight; che gli attacchi possano togliere due maschere di salute, che certe hitbox risultino severe. Anche il sistema input – abbinare tool e skill sugli stessi pulsanti – ha generato confusione in certi momenti di azione frenetica. Ma queste ombre non sono difetti casuali: sembrano scelte consapevoli da parte di Team Cherry per costruire una curva di apprendimento impervia, concepita per premiare l’apprendimento, la pratica, la pazienza.
Non c’è solo sfida, c’è profondità. Le crests sono davvero il cuore strategico: alcune, come la Reaper Crest, offrono attacchi larghi, forti, e generano silk extra quando sconfiggi nemici, rendendola potentissima nei combattimenti prolungati. Altre privilegiano attacchi veloci e precisi (la Wanderer), altre ancora combinano assalto + sustain, o abilità speciali legate al silk. È la varietà che Team Cherry ha messo al centro: non “una build sola che vince tutto”, ma una serie di stili possibili che si adattano al livello, alla nemesi, al tuo modo di giocare.
Estetica e comparto tecnico

Visivamente, Silksong è uno specchio che amplifica le silhouette oscure, il gotico che vibra sotto la luce, l’architettura barocca che compare nei dettagli più minuti. Ogni bioma è un mondo, ogni nemico ha un design che non è solo orpello ma comunica qualcosa: la rabbia, il dolore, la storia. Ti abitui a un corridoio solo dopo aver notato un particolare nel disegno dei muri, nel modo in cui la luce filtra, nel menù che si nasconde dietro le ombre.
La colonna sonora di Christopher Larkin è tornata: tesa, malinconica, capace di portarti da un picco di drammaticità a un silenzio che pesa quasi quanto l’attesa. È musica che non si limita a decorare il combattimento, ma lo spinge. Nei momenti di quiete, ti tiene sull’attenti; nei momenti esplosivi, è martello.
Tecnicamente, il gioco fa il suo dovere (e oltre) su piattaforme potenti: frame rate stabile, pochi bug seri, cura nei dettagli. Su console meno potenti (Switch) non si può non notare qualche compromesso, ma nel complesso il lavoro di adattamento è più un atto d’amore che una resa. E il fatto che sia disponibile da subito su Game Pass e più piattaforme amplia l’eco: un titolo indie, con budget ridotto rispetto a certi mostri AAA, che ottiene visibilità e impatto come pochi.
I difetti non mancano — di questo si è discusso in abbondanza — e, pur senza scalfire l’affresco complessivo, in certi momenti possono pesare anche in modo sensibile. Le localizzazioni in alcune lingue sono meno curate, ci sono picchi di difficoltà che sfiorano l’eccesso, soprattutto quando le meccaniche non sono ancora padroneggiate a sufficienza. I runback lunghi, panchine posizionate lontano da boss o checkpoint, sono state criticate: ogni morte può voler dire rifare sezioni anche corposissime, e per chi non ama ripetere troppo, è un tallone d’Achille.
In Conclusione
Hollow Knight: Silksong non è un semplice sequel. È la dichiarazione di un piccolo studio che osa puntare al massimo, senza paura di spaventare i giocatori, senza timore di chiedere loro dedizione, tempo, attenzione. È un titolo che pretende molto, e che restituisce altrettanto. Un viaggio che non concede scorciatoie, ma che, una volta domato, lascia addosso la sensazione di aver compiuto qualcosa di importante. Per chi cerca il brivido della scoperta, la ferocia del combattimento tecnico e la soddisfazione di crescere partita dopo partita, Silksong rischia di rappresentare un nuovo punto di riferimento assoluto. Per tutti gli altri, resta comunque un’opera che merita di essere esplorata, magari anche solo per capire come il Metroidvania possa reinventarsi a distanza di anni senza perdere la propria identità.
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Voto Game-eXperience
