In attesa della recensione di Death Stranding che verrà pubblicata domani, ecco una nuova puntata di Game&Watch per parlare di un film che condivide molti aspetti con il titolo di Hideo Kojima.

La pellicola di Kevin Kostner si svolge in un 2013 post-apocalittico, dove l’America si trova nelle stesse condizioni in cui era ai tempi del selvaggio west e della guerra di secessione: priva di tecnologia moderna, composta da una serie di città che sono più degli avamposti in mezzo a lande selvagge.
In questo scenario si muove il protagonista, il quale consegna missive sfidando le asperità dei territori, delle condizioni metereologiche avverse, e personaggi poco amichevoli.
C’è quindi una certa affinità tra l’esercito dell’antagonista principale e la fazione di Higgs in Death Stranding, in quanto entrambi considerano negativa la riunificazione del paese e la osteggiano fucile alla mano. L’anonimo postino di Kostner e Sam Porter si assomigliano pure, in quanto portano entrambi un barlume di civiltà sotto forma di pacchi e missive ad una popolazione che si sente abbandonata a sé stessa.

Oggigiorno le telecomunicazioni permettono di parlare e recapitare messaggi in tempo reale ad ogni distanza del globo, di conseguenza le lettere fisiche sono ormai sempre di più relegate al ruolo di bollette da pagare o altre missive informali e talvolta non gradite. Tuttavia in un contesto dove la tecnologia è assente, per comunicare qualcosa a qualcuno, il ruolo del postino ritorna ad essere fondamentale, in quanto egli diventa quasi il portavoce dei sentimenti di chi scrive e un ambasciatore di speranza per i destinatari. Ricevere una lettera porta il conforto di sapere che le distanze non sminuiscono i sentimenti, ma anzi, li amplificano nel cercare di ridurre questo spazio fisico, affidando le proprie emozioni ad un foglio di carta e qualche riga di inchiostro. Il portalettere inoltre contribuisce a mantenere le basi di una civiltà, in quanto la comunicazione è uno dei punti di appoggio di una società sin dall’alba dei tempi, non importa quanto essa sia grande o piccola.

Su questi punti le analogie tra The Postman, reintitolato in Italia “l’Uomo del Giorno Dopo” per evitare equivoci con il film di Massimo Troisi, e Death Stranding sono forti. Tuttavia il primo ha puntato all’ambientazione western mentre il secondo sulla fantascienza pura, arricchendo la trama con una serie di idee molto originali che rendono il titolo di Hideo Kojima uno dei pochi casi di videogioco che inventa davvero qualcosa in materia fantascientifica da anni a questa parte (citiamo i Bridge Baby, la cronopioggia, la spiaggia chirale e le Creature Arenate, per chi lo ha giocato).
Questa differenza può anche spiegare la diversa ricezione tra le due opere. Mentre Death Stranding ha ricevuto plauso unanime per il comparto narrativo, la regia e la qualità della trama, la pellicola di Kostner invece non ha ottenuto un buon riscontro alla sua uscita.
Sicuramente si tratta di due tipologie di produzione diverse, le quali possono dedicare un diverso minutaggio a sviscerare storia e ambientazione, premiando Kojima per l’ottima caratterizzazione dei comprimari e penalizzando Kostner per aver adattato male il libro da cui è tratto The Postman.
Tuttavia per chi si sia trovato immerso nel mondo post-apocalittico dello sviluppatore nipponico, uno sguardo al film potrebbe servire a ritrovarne molti aspetti in un contesto differente.

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