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Se ti piacciono Free to Play, pagali: Overwatch 2, eFootball, Pokémon Unite, Diablo Immortal… | Speciale

Parlare di free to play significa rivangare la storia più vecchia del mondo (consumistico): gratis è sempre meglio. Spendere è traumatico, sfiancante; e risparmiare qualcosa (per poi spendere in qualcos’altro) è decisamente un’opzione più valida. Fin qui, niente da dichiarare, a ciascuno il suo modo di vivere i contenuti che piacciono.
Il cortocircuito logico, invece, si palesa quando dei suddetti “free to play” iniziamo a lamentarci… un po’ troppo. Troppo? In che senso? Spiego: se ti stai lamentando perché i videogiochi (in questo caso), il cui download e la cui fruizione basilare è gratis, non ti offrono la stessa qualità, esperienza e soddisfazione di quelli a pagamento, forse, ti stai lamentando “troppo”.

Se pretendi, non chiedi, non domandi, ma pretendi, che gli sviluppatori dei suddetti free to play si alimentino a pacche sulla schiena e recensioni positive, salvo poi mazzuolarli al primo bug incontrato, ti stai lamentando troppo. E così via, potrei andare avanti ancora a lungo, ma poi sarei io quello che si lamenta troppo.
Il che, non è l’obiettivo di questo breve “sfogo” che sto tirando fuori dal cuore una parola alla volta. Pensando ai casi notevoli che nelle ultime settimane hanno tenuto banco in moltissime discussioni tra professionisti, e non, del settore videoludico. 

Free to Play

Free to Pay

Overwatch 2, Fall Guys, Efootball, Pokémon Unite, Diablo Immortal, ma potrei aggiungerci anche, scavando un po’ più lontano, Fortnite, League of Legends, Hearthstone, Genshin Impact, Lost Ark; o ancora, dato che è stato di recente chiuso definitivamente, Tera.
Tutti nomi di videogiochi free to play; tutti nomi di videogiochi che, prima o dopo, hanno generato un pari numero di utenti soddisfatti e scontenti. Più quelli di cui sopra, che magari si lamentano, ma poi “tanto è gratis” e quindi lo scaricano lo stesso.
Quali sono le lamentele più gettonate sui free to play? A parte quelle relative eventuali bug, che possiamo anche perdonare e scambiare per “servizio” ai dev, per sapere dove andare a rimettere le mani. 

Le lamentele più diffuse sui Free to Play riguardano quasi sempre i vari ed eventuali metodi “laterali” adoperati dai developer per pagare il lavoro già fatto; o, più spesso, quello futuro su espansioni, update, nuovi contenuti. Oppure, altre lamentele indagano il legame tra questi pagamenti in game, e i risultati ottenuti giocando. Che fanno rapidamente passare la definizione del titolo da “Free to Play” a “Pay to Win”. Paga di più, per vincere di più.
Con il rischio di mal interpretare, poi, OGNI pagamento come una forma di Pay to Win. Anche quando, esempio Diablo Immortal, non c’è nulla da “wincere”, almeno nella forma base di fruizione PVE.

Free to Play, Gatcha…

Attenzione ora, perché camminiamo su di un ghiaccio sottilissimo. Sotto al quale lo spettro del Gatcha “free to play” incombe sempre pericoloso e letale. Non per forza demonizzabile “solo” in quanto tale; ma per le modalità che ne abusano e portano ad abusi nei confronti dei player ignari.
In breve, per chi non lo sapesse, un Gatcha Game classico propone ai giocatori una “lotteria” costante attraverso la quale vincere, forse, proprio quel personaggio/potere/arma/aspetto/abito tanto desiderato. Che, manco a dirlo, è ottenibile solo con una grandissima fortuna, o reiterati (pagati) tentativi.  Ma è chiaro che “non si fa” (non sempre almeno): lasciamolo da parte, ora, questo meccanismo evidentemente pericoloso.

Proviamo a concentrarci su strategie altrettanto diffuse, e meno invadenti: come i Pass Battaglia. Fortnite li usa, Hearthstone li usa, Pokémon Unite (più o meno) li usa, e Overwatch 2 li userà. In cosa consistono? Sono percorsi a premi in cui avanzare salendo di livello, e ottenendo esperienza anche solo giocando.
A ogni livello, corrisponde un premio: facile. I Pass sono disponibili, a volte, anche in una forma premium a pagamento, con ricompense più allettanti.
Vogliamo dirlo? A ben vedere, quando non celano troppe ricompense da “Pay to Win” (una ogni tanto ci sta, dai), non sono nemmeno male come metodo di retribuzione. I fan del titolo possono godere di premi estetici come skin o altro, finanziando il futuro del gioco e i suoi creatori; mentre i casual player non devono preoccuparsi di niente, e possono continuare a giocare ignari dell’esistenza del Pass.

Free to play

…o Pass-a oltre

Tutti vincono… no? Certo, finché non si sente parlare di “foraggiare le multinazionali”. Che con il meccanismo di Pass “tengono avvinti al gioco senza una reale necessità, solo per far ingranare il meccanismo di soddisfazione derivante dal salire di livello” (semi-cit.). Come se non potesse essere che, semplicemente, ci piace giocare di più perché il gioco è ben fatto, magari eh. Ok, quindi non funziona nemmeno il Pass.
E adesso? Proviamo a mettere a pagamento alcuni contenuti opzionali, come avventure single player o PVE in un gioco prettamente multiplayer; o espansioni di carte ottenibili comunque, ma più lentamente, solo pagando con una valuta di gioco ottenibile con una certa costanza (o pagando denaro reale).

O magari, perché no, releghiamo i pagamenti solo e unicamente a oggetti cosmetici, come abiti o skin, da acquistare a parte dal gioco e completamente sciolti dalle sue meccaniche. Così è andata per LoL, League of Legends, nei tanti anni di onorato servizio. Probabilmente, allora, potrebbe essere la strada giust-ah, no.
Perché in questo modo stiamo di nuovo “abusando della buona fede dei più giovani, lasciati soli davanti ai computer. Chi penserà ai bambini, una volta che il loro tutore avrà lasciato per sbaglio la carta di credito sul tavolo… di nuovo?” (altra semi-cit.).
Tanto per dirne una eh, e non considerare chi riesce a lamentarsi perché “il gioco è gratis, perché dovrei spendere per un contenuto che non mi serve?”. Quando poco prima abbiamo convenuto che se il contenuto servisse a giocare, e fosse a pagamento, la lamentela rimarrebbe, ma con soggetto diverso.

Se non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu?

Il problema, allora, è più radicato, e di difficile risoluzione. Ben inserito nella concezione deviata del Free to Play come “specchietto per le allodole”. Perché se non paghi per il prodotto, allora il prodotto sei per forza tu. Vero, ma interpretabile, Vero, ma… contestualizzabile.
Perché se non paghi per il prodotto, e il prodotto ti piace; se giochi al prodotto per ore e ore, interagendo con altri amici e conoscenti  magari, anche loro appassionati; se quel prodotto lo ricordi come una delle esperienze sociali più valide della tua infanzia, al punto che quando ne chiudono i battenti (vedasi Tera) schiere di giocatori si riversano nei server per un estremo saluto commosso a quel mucchio di pixel.

Se non paghi per il prodotto, e nemmeno per le emozioni che quel prodotto ti ha suscitato, non lamentarti del fatto che il prodotto sei tu. Non lamentarti di “essere costretto a spendere” per un gioco che ti piace, e che ti ha reso felice. Per un gioco i cui singoli sviluppatori, artisti, tester, non solo la crudele e spietata multinazionale senza volto, hanno investito ore delle loro vite. Se non giorni, settimane, mesi: anni.
Forse, se non paghi per questo prodotto, sarà anche vero che il prodotto, in una certa fase del lubrificato e freddo meccanismo commerciale, sei stato tu. Ma avendo avuto la possibilità di uscire dal loop, e pagare per tutto questo ben di Dio, hai preferito continuare a esserlo. E perdere l’occasione reale di diventare qualcosa di più. 

fall guys 5

Free to Play, se ti piacciono gratis, pagali

Overwatch 2, Fall Guys, Efootball, Pokémon Unite, Diablo Immortal, ma potrei aggiungerci anche, scavando un po’ più lontano, Fortnite, League of Legends, Hearthstone, Genshin Impact, Lost Ark. Tera, CoD Warzone, Apex, Brawlhalla, YGO Master Duel. Destiny 2, Dota 2, Paladins e chi più ne ha più ne metta.
Sono i tuoi giochi, potenzialmente preferiti, potenzialmente no. Un passatempo? Una botta e via? Anche, perché no. E allora, se puoi, e se ti piacciono in quanto free to play: pagali.

Supportali come faresti con l’ennesima release tripla A in Collector Edition, pronta a prendere polvere sul tuo scaffale più alto. Prendi quella skin che ti piace, quel pacchetto di carte se vuoi, e divertiti mentre lo fai. Fallo perché ti va, perché, e se ti va; fallo per i giocatori che non possono davvero, e non si lamentano, ma giocano e basta con la versione vanilla: e va bene lo stesso.
Il loro gioco sta in piedi anche grazie al tuo supporto, sai? E se sei tu quel giocatore che non vuole/non può spendere: NON IMPORTA. Gioca, finché puoi e ne hai. Divertiti. Sii felice di qualcuno che compra quelle skin che osservi con sdegno e quasi paternalismo. 

Divertiti e basta

Per favore, però, nel frattempo: lamentati un attimo di meno. Lamentati per quello che conta, per quello che vale. Lamentati con chi può davvero ascoltarti, nel modo giusto; e solo poi, se proprio devi, poi, sfogati pure con gli altri, va bene. Fidati: il VERO pay to win, alla fine, viene sempre a galla.
Fallo, lamentati, sfogati, ma sii consapevole della differenza tra lamentela e sfogo. E qualunque cosa scegli di fare, per carità, non te ne vergognare. Piuttosto, se senti di avere un problema “di spesa”, o se te lo fanno notare: riflettici su, e parlane con qualcuno. In ogni caso, che sia vero o no, sei in buona compagnia.  

Alla fine di questo “sfogo”, ahimè, di una sola cosa mi dispiace davvero. 
Mi sa che mi sono lamentato anche io. E qualcuno, sicuro, si lamenterà di come mi sono lamentato.
E qualcun altro dirà che quel qualcuno non deve lamentarsi, perchè se ti lamenti sei parte del problema e poi… e poi…
Miseriaccia.
E io che volevo solo parlare di giochi free to play.

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Lorenzo Mango

Lorenzo Mango

Appassionato di Cinema e Serie TV, libri e di fumetti, video e videogiochi. Di avventure, quindi. Non ama molto dormire, ma a volte lo costringono. Del resto, gli servirebbero delle "vite extra" per tutti i suoi hobby e interessi. Intanto, fa quel che può: scrive, disegna, registra video, ogni tanto mangia. Potrebbe sopravvivere mangiando solo pizza; se serve, anche pizza estera, quando viaggia. Sì, anche quella con sopra l'ananas. Di solito, non parla di sè in terza persona.

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