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Deathloop Recensione

Che Deathloop fosse una bestia rara ce n’eravamo accorti tutti da un pezzo. Difficile pretendere qualcosa di “inquadrato” dai ragazzi di Arkane: quando nel tuo curriculum c’è scritto Dishonored, del resto, più che lecito attendersi un qualcosa di quantomeno folle. Folle, sì, ma allo stesso tempo logico e metodico, tanto da sfiorare le più ferree leggi matematiche: un loop temporale, un’eternità racchiusa tra due albe dove, che tu viva o muoia, allo scadere del tempo tutto è destinato a ricominciare… Sin dall’annuncio, l’esclusiva PC e PS5 (temporale) di Arkane ha catalizzato rapidamente l’attenzione dei giocatori per una molteplicità di fattori: le similitudini con le avventure di Corvo Attano, l’incredibile versatilità di un gameplay dinamico ed incline ad assecondare i più svariati stili di combattimento, il saper giocare con un concetto ultimamente molto di moda, il loop temporale, in una variante del tutto unica ed ispirata. Il biglietto da visita di Deathloop mostrava da subito parecchi assi che, giocati nella stessa mano, potevano solo significare preludio di successo. E dopo aver trascorso parecchi cicli in compagnia di Colt e, se per fortuna e per disgrazia lo deciderete voi, di Julianna, eccoci qui a raccontarvi di come, quella volta, abbiamo spezzato il loop nella poco ospitale Blackreef.

Ricomincio da capo

Deathloop

Nonostante le buone maniere suggeriscano il contrario, per stavolta violeremo il galateo svelandovi  prima cosa non è Deathloop e, poi, le sue doti migliori. Ebbene, nonostante sentirete parlare di loop più volte nel corso del playthrough, Deathloop non è Returnal. Non siamo di fronte ad un roguelite in prima persona con scenari procedurali e loot pseudo-randomico: quello di Arkane è un immersive sim in piena regola, dove morire – e ricominciare – sarà parte integrante di un’esperienza che, a detta di Dinga Bakaba (game director di Arkane Lyon) immerge il giocatore in un’avventura investigativa senza precedenti. Un guardia e ladri rivisitato, dove il nostro eroe dovrà dare la caccia a otto personcine – i Visionari – per spezzare il loop temporale e uscire dal ciclo in cui è misteriosamente rinchiuso. E sì, il tutto in 24 ore – visto che, una volta scadute, si tornerebbe alla situazione originale e sarebbe tutto da rifare. E via così, all’infinito.

Difficile svelare maggiori dettagli sulla narrazione di Deathloop senza incappare in spoiler pericolosi. Nella sua difficile impresa, Colt dovrà fare costantemente i conti con Julianna, instancabile nemesi che, a proprio dire, altro obiettivo non ha se non rendere la vita di Colt un inferno. Quest’ultima è una degli otto Visionari che controllano il loop, quindi chi meglio di lei, visti alcuni torbidi trascorsi, per ostacolare il nostro istrionico alter ego? Sia chiaro, Julianna è solo il primo di una lunghissima serie di problemi che separano Colt dal suo fine: Blackreef non solo è piena di gente poco raccomandabile incline a spedirci all’obitorio, ma è un’autentica fucina di indizi, informazioni vitali per tentare anche solo di capire cosa diamine stia succedendo lì attorno. E, cosa più importante, per capire come raggiungere gli otto amici prima dello scadere del tempo: o prima che sia Julianna a trovarci…

Il giorno più lungo

Deathloop

L’esplorazione ambientale rappresenta l’assioma portante dello schema ludico di Deathloop. La natura non lineare dell’avventura di Arkane si basa su un prisma investigativo che ciclo dopo ciclo, sequenza dopo sequenza, costringe Colt a reperire informazioni ed indizi finalizzati a concretizzare la propria nobile causa. Impossibile riuscire nell’impresa in un solo ciclo, lo scoprirete da subito: e impossibile non apprezzare come, “a visite successive” lo stesso scenario visitato in precedenza possa offrire dettagli aggiuntivi spesso cruciali. Le 24 ore di ogni ciclo di Deathloop sono raggruppate in quattro momenti distinti della giornata – Mattina, Mezzogiorno, Pomeriggio, Sera: quattro, come le zone di Blackreef esplorabili (Updaam, la Baia di Karl, Fristad Rock e il Complesso). Deathloop offre al giocatore una vasta serie di missioni, ciascuna delle quali richiede la visita in un dato momento della giornata di uno dei quattro distretti dell’isola. Terminata la missione potremo continuare ad esplorare liberamente lo scenario o, al contrario, guadagnarne rapidamente l’uscita per avventurarci da qualche altra parte, durante la fascia oraria immediatamente successiva. Questa è forse l’unica regola da tenere a mente quando ci si approccia al titolo Arkane, ma attenzione: in Deathloop possiamo far avanzare il tempo liberamente, con la possibilità di visitare ciascun luogo all’ora del giorno preferita – a patto però di aver superato indenni la prima quest. Il motivo, tutto tranne che banale, è che la “vita” all’interno dei quattro distretti varia in modo radicale al variare dell’ora del giorno: potremo evitare pattugliamenti degli Eternalisti, trovare edifici aperti o chiusi, assistere a spettacoli o muoverci liberamente per strade semi deserte. Ma, più importante, potremo trovare (come NON trovare, ovviamente) uno o più Visionari all’interno della stessa area, serviti su un apparente comodo piatto d’argento: ma questa invidiabile coincidenza, è bene che lo sappiate da subito, non è certo casuale.

Raccolta delle informazioni e pianificazione strategica delle missioni rappresentano la caratteristica più impressionante di Deathloop: programmare nel dettaglio luoghi ed orari di ciascuna missione in base agli indizi raccolti ai cicli precedenti è un’attività destinata a ripagare sin da subito, visto che rappresenta l’unico modo che abbiamo per dare a Colt nuove piste da battere. Da qui l’importanza fondamentale dell’esplorazione: un nastro audio, un appunto scribacchiato da qualche parte, persino due nemici intenti a chiacchierare proprio mentre noi decidiamo di dar loro qualche secondo in più di vita possono regalarci delle preziose intel che, se seguite fino in fondo, possono condurci ad uno degli otto visionari prima della scadenza delle 24 ore, svelandoci nuovi orari e luoghi dove trovarli o qualche utile segreto da sfruttare a nostro vantaggio. Oltre a farci raccogliere armi, munizioni ed equip aggiuntivo.

Deathloop

In quel di Blackreef, insomma, la conoscenza è la chiave del potere. Colt non solo ricorda tutto quello che scopre nell’isola anche nel caso di trapasso, ma gode della Ripresa – un potere derivante da una misteriosa tavoletta che gli permette di tornare in vita per due volte all’interno dello stesso distretto. In caso di un terzo trapasso, il loop sarà interrotto e Colt si risveglierà la mattina del loop successivo, del tutto privato (fintanto che non conosceremo il Residuo) dell’equipaggiamento ottenuto. Posto che il numero di riprese a disposizione viene resettato dal passaggio da un distretto all’altro, resta invece invariato il bagaglio di informazioni recuperate, a cui accedere da apposito menu e che, di volta in volta, ci permette di analizzare i dettagli di una missione (controllando opportunità e segreti di ciascun distretto per ogni momento della giornata), visionare le scoperte ottenute sino a quel momento (attivando un indicatore a video che ci permetterà di raggiungere l’oggetto della scoperta) o accedere agli Indizi dei Visionari, contenenti le informazioni chiave su eventuali punti deboli e loro spostamenti/posizioni. La struttura della sezione “intel” del titolo Arkane non solo è eccellente, ma vanta un’organizzazione ad albero ideale, che permette di tener traccia delle missioni intraprendibili e di attivare/disattivare obiettivi: in sostanza, di avere un masterplan facilmente consultabile da cui dipende il successo della nostra missione. Avrete quindi capito non solo che essere vittime del loop è parte attiva del gioco, ma che è proprio nell’anima di Deathloop il non voler arrivare all’obiettivo nel minor tempo possibile, tenendo basso il numero di loop. Piuttosto vale il contrario: Arkane ci invita a prendere tutto il tempo di cui abbiamo bisogno per ordire, tramare e pianificare, sino a stringere Blackreef nel nostro pugno. 

Come t’ammazzo il tempo…

Deathloop

Giunti a questo punto, avrete sicuramente capito che, in Deathloop, la conta dei presunti giri a vuoto sale rapidamente. Da un lato perché il rischio d’essere uccisi tre volte nella medesima sequenza non è certo trascurabile: dall’altro, perché sarà frequente quella situazione in cui, per venire a capo di una pista, sarà necessario raggiungere una location ad un orario che precede quello in cui ci troviamo. Il che significa farci visita al prossimo loop, ma stavolta con le idee più chiare in testa. Questo aspetto rappresenta un altro dei grandi punti a favore del titolo: non esistono loop inutili, poiché sarà sempre possibile non solo portare a casa qualcosa di utile per il nostro equip, ma soprattutto nuove informazioni. La chiave, lo ribadiamo ancora una volta, è affidarsi al proprio intuito, seguire la pista che gli indizi ci svelano man mano, studiare i movimenti delle “vittime” per portarle là proprio dove vogliamo: e, nel mente, investire qualche loop per acquisire una delle famose tavolette. Quest’ultime rappresentano il punto di forza di ogni Visionario, un oggetto mistico che, se equipaggiato, dà accesso a poteri incredibili: un teletrasporto alla Dishonored, l’invisibilità, la possibilità di assumere un altro aspetto o di collegare le sorti di più nemici con un filo invisibile. Per ottenere le tavolette dovremo eliminare il Visionario associato o far fuori Julianna durante una delle sue non rare incursioni: usciti dallo scenario, basterà equipaggiarla ed il gioco è fatto. Traspare anche da qui la libertà assoluta su cui si basa la filosofia di Deathloop: nessuno vieta di abbandonare una pista per dare la caccia ad uno dei fantastici otto e rubarne l’artefatto. Non fosse che, al termine del loop, le Tavolette spariscono come qualsiasi oggetto dell’inventario: o meglio, sparirebbero, perché è qui che entra in ballo la meccanica dell’Infusione.

Ad un certo punto dell’avventura ci verrà infatti introdotta questa tecnologia, che permette di infondere in qualsiasi oggetto in nostro possesso il Residuo – un materiale anomalo che potremo raccogliere da oggetti particolari sparsi in giro o, in quantità maggiori, dal glitch che appare alla morte di un Visionario. Una volta infuso, l’oggetto sopravvive al loop e sarà sempre presente nel nostro inventario: sarà possibile infondere armi, piastrine (dei perk, per capirci, che possiamo applicare ad armi e allo stesso Colt) e soprattutto tavolette. Unico dazio, infondere un oggetto richiederà un quantitativo variabile di Residuo: l’infusione delle tavolette (e dei relativi potenziamenti) costerà un rene, un po’ meno quella delle armi speciali – quelle, per capirci, che droppano i Visionari o date in premio da side quest specifiche, e giù a calare. Non che manchi il Residuo per strada, ma vi troverete rapidamente in situazioni “difficili” da gestire – un esempio, due Visionari eliminati al mattino, un’arma rara raccolta e pochissimo Residuo in saccoccia: benvenuti nel regno dell’ansia, visto che non saprete cosa infondere per primo e, soprattutto, se riuscirete ad arrivare vivi a sera con abbastanza ciccia per salvare il malloppo. Certo, potrete smantellare qualcosa in vostro possesso per recuperare parte del Residuo investito, tavolette incluse: non sta scritto da nessuna parte che, per venire a capo di Deathloop, dovremo averle per forza tutte – anche perché ne potrete equipaggiare un numero decisamente risicato per volta. Piuttosto, potrete muovervi nelle sequenze dei loop cercando di fare bottino e, col Residuo guadagnato, boostare piastrine, tavolette o armi che meglio assecondano il vostro stile di gioco. Tanto, di tempo da ammazzare, ne avrete davvero a volontà.

Spezzare il Deathloop

Deathloop

In termini di giocabilità, Deathloop ricorda molto da vicino le dinamiche del mai troppo lodato Dishonored, fornendo un mix di action e stealth bilanciato alla perfezione, che ben si presta ad assecondare le preferenze di approccio di chi stringe il pad tra le mani. Salvo alcune missioni dove, per forza di cose, è necessario mantenere un basso profilo onde evitare il termine prematuro del loop, il titolo Arkane offre dall’inizio alla fine una molteplicità di soluzioni e di alternative percorribili che danno al giocatore il completo controllo della situazione. Non esiste un’unica strada, come non esiste un unico modo per raggiungere l’obiettivo corrente – e, per estensione, per eliminare tutti e otto i Visionari nel corso di un unico loop. Merito di questo va anche ad un level design ancora una volta strepitoso, che porta alla luce mappe dedaliche piene di scorciatoie e percorsi alternativi (ideali, magari, per evitare uno scontro diretto). Sperimentazione e diversificazione delle strategie sono dunque la chiave di questa giocabilità sontuosa, dove i poteri delle tavolette si integrano alla perfezione permettendo al giocatore di sviluppare una build ideale che abbracci lo stile di gioco prediletto. Potremo equipaggiare piastrine e tavolette che esaltino le doti stealth di Colt, o optare per una combinazione diametralmente opposta che esalta la carica offensiva, aumentando l’abilità con le armi e la salute. Deathloop non mette alcun freno alle preferenze di chi gioca, ma al contrario lo spinge a sperimentare, a combinare, a provare nuove soluzioni quando le precedenti si sono interrotte bruscamente nel corso dell’ennesimo loop. La sperimentazione è ancora una volta legata alla nostra volontà di esplorare e di perderci in Blackreef, alla ricerca di quelle piastrine e/o tavolette che, secondo noi, possono aiutarci a fare la differenza.

In termini di mero gunplay, Deathloop non varia dalla formula tradizionale Arkane, con la possibilità di alternare colpi di arma da fuoco ad uccisioni ad arma bianca, supportate dall’utilizzo dei poteri dei Visionari che, oltre ad essere dannatamente coreografici, si dimostrano ottimi problem solver quando la situazione è delicata. Premesso che qualsiasi cosa in nostro possesso sarà potenziabile e infondibile, sarà possibile equipaggiare tre armi da fuoco per sequenza di gioco: ottimo il margine di personalizzazione offensivo, visto che potremo equipaggiare un’arma sulla mano destra e utilizzare la sinistra per lanciare granate, sfruttare i poteri disponibili o usare l’Hackamiajig (un gingillo elettronico ideale per violare torrette automatiche, sensori di posizione o porte elettroniche), oppure votarci ad un comportamento offensivo ancora più dirompente e passare al dual wielding – dove i danni saranno maggiori, al netto di una precisione ovviamente minore. Non mancheranno ovviamente armi da fuoco “a due mani”, fucili da cecchino, bocche di fuoco speciali appartenenti a Visionari che, se infuse, porteranno ulteriori vantaggi.

Ancora una volta Arkane getta nell’equazione del gunplay un set enorme di variabili, che si traducono in uno spazio di possibilità che divergono rapidamente. Il tutto, ovviamente, condito da una componente rolistica magari non eccessivamente profonda, ma che si innesta in modo funzionale ed immediato nell’economia di gioco: potenziare una Tavoletta uccidendo più volte lo stesso Visionario, boostare una specifica arma, aumentare specifiche skill di Colt a svantaggio di altre saranno situazioni con cui finiremo inesorabilmente per fare i conti, ma che se gestite sapientemente potranno dare al nostro eroe quel vantaggio tattico fondamentale al raggiungimento dell’obiettivo. Al netto di una AI nemica non particolarmente brillante e non sempre eccelsa in termini di reattività, Deathloop è la summa teorica perfetta del gameplay secondo Arkane: un motore a moto perpetuo dove tutto è concesso, dove le possibilità esistono, a patto di saperle sfruttare, dove tutto ruota attorno alle nostre decisioni. È pur vero che il tempo, in Deathloop, è il nostro peggior nemico, ma ne avremo a disposizione più di quanto immaginiamo per spezzare il loop una volta per tutte. L’importante è saperlo sfruttare nel modo migliore.

Mala tempora currunt…

Chiudiamo questa lunghissima disamina di Deathloop con una chicca, per poi scivolare rapidamente sui dettagli tecnici. Il multiplayer del titolo Arkane rappresenta un’aggiunta strepitosa ad una formula già vincente, che ci permette di indossare i panni di Julianna ed entrare nella partita di un altro giocatore. L’obiettivo è uno solo: eliminare Colt. Non ci sono punteggi, obiettivi, nulla che non sia semplicemente la volontà di rompere le uova nel paniere di Colt e, di conseguenza, di salvare il loop. La modalità multi sarà disponibile una volta conclusa la prima quest (Il giorno più lungo) e potrà essere attivata/disattivata oltre che limitata alla partecipazione dei soli amici. Se da un lato parliamo di un extra tanto divertente quanto pericoloso per i giocatori immersi nella main story, dall’altro uccidere Julianna premierà questi ultimi con una Tavoletta casuale per ogni uccisione riuscita. Questo significa che il multiplayer incarna una soluzione “veloce” per farmare i poteri dei Visionari, rendendo poi il playthrough principale meno “complicato” di quanto sarebbe nella variante full-offline: lato nostro, riteniamo che tale scelta tenda a snaturare in piccola parte il concetto stesso alla base di Deathloop, basato appunto sulla pianificazione delle missioni e sull’analisi delle informazioni raccolte. Ma ovviamente, ancora una volta, la scelta è tutta vostra.

In termini tecnologici, Deathloop supera l’esame senza battere ciglio. Del level design strepitoso abbiamo già parlato, ma vi basti sapere che, al netto di qualche sporadicissimo calo di frame rate, abbiamo giocato per quasi 20 ore (che avrebbero potuto essere molte di più, o persino parecchie di meno) a 4K e 60 frame al secondo praticamente costanti. A fianco di un IA non sempre efficientissima, segnaliamo la presenza di sporadici bug tra le fila degli Eternalisti – nemici che si bloccano senza motivo o che corrono scontrandosi su una porta chiusa, ma nulla che pregiudichi in alcun modo l’esperienza complessiva. Segnaliamo alcuni problemi con la modalità standby di PS5, durante la quale il titolo è crashato in un paio di occasioni: consigliamo di completare qualsiasi missione attiva prima di mettere la console in modalità riposo. Applausi scroscianti invece per la direzione artistica, ancora una volta fiore all’occhiello della produzione: uno stile retrò che strizza gli occhi agli USA degli anni 60, con rimandi costanti all’universo dei romanzi spy-stories che, a tratti, ricordano apertamente persino James Bond. Seppur limitati in numero, i distretti di Blackreef vantano dimensioni ragguardevoli e così tante strutture al proprio interno, ciascuna con il proprio stile, da farci cadere la mascella più e più volte. Metteteci pure un doppiaggio in lingua italiana strepitoso e dei dialoghi che definire “sopra le righe” è riduttivo e sì, capirete praticamente da subito per quale motivo, in questo weekend di settembre, si è già iniziato a respirare un dolcissimo profumo di GOTY.

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Alberto Destro

Alberto Destro

Quando il Signore regalava agli uomini l'arte della scrittura, probabilmente ero al bagno.

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