Oramai negli anni ci siamo abituati alla comparsa di videogiochi indipendenti che poi hanno creato un filone ludico tutto loro, attingendo magari dal passato ma ampliando le formule fino a trovare la quadratura del cerchio. È il caso di Vampire Survivors, da cui sono nati innumerevoli cloni. Oppure, di Balatro, preceduto da alcuni progetti meno noti e diventato una icona del panorama indie, anch’esso fonte di ispirazione per tanti altri titoli, tra cui CloverPit.
Questo debt simulator è il figlio di Balatro e Buckshot Roulette per meccaniche ed estetica ed è il frutto del lavoro di Panik Arcade, studio indipendente già noto per Yellow Taxi Goes Vroom. Caratteristiche chiave di ambedue i titoli sono l’estetica ereditata dai tempi di PS1 e Nintendo 64, un’ironia pungente e un gameplay tanto intuitivo e derivativo quanto solido. Per saperne di più, vi basterà leggere la recensione di CloverPit.
Da Luck Be A Landlord a CloverPit

C’era una volta Luck Be A Landlord. Non lo conoscono molti, ma si potrebbe considerare il vero precursore di Balatro per il modo in cui ha unito elementi roguelite con la natura del debt simulator, con quest’ultima che nel titolo di LocalThunk viene tradotta in una partita di poker a traguardi, fatta di tanta logica e un pizzico di fortuna. Luck Be A Landlord è un debt simulator basato su una slot machine, dove si ottengono bonus attivi, passivi e nuovi simboli per la slot con l’obiettivo di accumulare più denaro possibile al fine di pagare l’affitto.
CloverPit ha la medesima struttura. Una slot da attivare per guadagnare denaro, ma nessun simbolo da aggiungere. Al loro posto, si possono ottenere oggetti con vari effetti. Solo trovando la sinergia ottimale tra loro – e sono oltre 150! – è possibile uscire dalla cella infernale in cui ci si trova. Se non si riescono a soddisfare le richieste dell’osservatore misterioso versando le monete sonanti nel bancomat, si muore. Se invece si vince la sfida con la sadica figura ignota…beh, dovrete scoprire voi cosa accade.
Si tratta quindi di un roguelite avvincente, con un sentore di escape room e una storia cattiva, speziata al punto giusto tra battute e critiche al gioco d’azzardo, ovvero alla dipendenza. Arrivare ai vari finali richiede molta fortuna e conoscenza a menadito di tutti gli oggetti presenti, potenzialmente richiedendo oltre 20 ore di gioco. Insomma, ne passerete di tempo in questa cella piuttosto buia.
Il gameplay: basta poco per conquistare

Come avrete già potuto intuire, quindi, il gameplay è molto semplice. Si sceglie quanti giri di slot effettuare, si tira la leva e si tenta l’impresa. In base all’opzione selezionata (ovvero tra 3 e 7 giri), si ottengono dei biglietti Quadrifoglio. Questa è la moneta scambiabile con vari oggetti che cambiano dopo avere superato ciascuna scadenza. Quando ciò accade, suona anche un telefono rosso che, a dirla tutta, ricorda il contatto tra il Dottore di Affari Tuoi e il concorrente. Nella maggior parte dei round, la voce proporrà alcuni bonus immediati o permanenti. In uno, invece, ci obbligherà a scegliere un malus.
Ogni partita procede fino alla soddisfazione dell’ultima scadenza, ovvero il punto in cui si viene ricompensati. Dopo due vittorie si inizieranno a notare altri avvenimenti, si sbloccheranno sempre più oggetti da acquistare con i biglietti, e ci saranno dialoghi più intriganti con il narratore sconosciuto. La storia prosegue quindi parallelamente alla dose di fortuna del giocatore.
Il cuore dell’esperienza sta, come per Balatro e Luck Be A Landlord, nella ricerca delle combinazioni di oggetti e bonus che portano alla ricompensa più elevata. Si possono scegliere strategie più immediate o altre che assicurano un avvenire più tranquillo e giocano sul lungo termine. I fattori da considerare sono molteplici e rendono CloverPit abbastanza cervellotico, anche se non al livello del capolavoro firmato LocalThunk. Magari non sarà un loop che piacerà a tutti – anche se solo la demo contava il 98% delle review positive su oltre 1000 recensioni, per un totale di oltre 100.000 wishlist – ma è indubbiamente solido nella sua struttura.
Formula essenziale, ma peculiare

CloverPit nasce dal successo di un buon numero di predecessori, anche se con gameplay differenti e appartenenti a generi lontani tra loro. È proprio questa commistione che ha un certo effetto, tra il loop assuefacente e l’antitetica ambientazione. Sembrano quasi due opposti che si attraggono e offrono un frutto buono, maturo, che non è strabiliante e va bene così. Alla fine, per divertirsi basta manipolare la slot machine e giocare contro le probabilità, sbloccando amuleti diabolici e infrangendo le regole imposte dal demonio, pur di avere una chance in più di raggiungere l’agognata libertà.
Sul fronte delle performance non ci sta nulla da dire. CloverPit non reca alcun problema in assoluto e ha requisiti di sistema veramente minimi. Su Steam Deck OLED la nostra prova è positiva e forse finirà per essere – come Balatro – un gioco che resterà particolarmente godibile in portabilità. Il comparto audio è minimale e offre quella immersione in più nell’ambiente che non fa mai male.
La recensione in breve
Come Balatro e Luck Be A Landlord, CloverPit sa essere intelligente e profondo dimostrando che l’apparenza non deve mai ingannare. È facile perdere ore ad attivare la slot machine cercando le combinazioni ideali degli oggetti a disposizione, il tutto con una cornice horror e una storia che stuzzica la mente tra diverse incognite e una critica non troppo velata al gioco d’azzardo. L’ennesimo indie semplice, solido, cotto a puntino e che ingrana la giusta marcia al momento più opportuno, per lo stupore del giocatore.
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Voto Game-eXperience
