In un settore videoludico in cui cerca di dominare un realismo fatto di trame serie e una componente grafica portata il più possibile verso l’eccellenza, assistere alla vitalità di esperimenti come Don’t Stop, Girlypop! è una ventata di aria fresca. Non è l’unico caso, senza dubbio. Eppure, c’è qualcosa di magnetico nell’esagerazione dell’estetica Y2K e nella diffusione continua di cuori, glitter e toni saturati al neon che lo pone su un piano differente.
Bisogna dirlo subito: non è un gioco ottimo. Questo non è però un problema alla fine della fiera, poiché si tratta di un lavoro ricco di amore da parte del team di sviluppo. È un titolo che soddisfa coloro che hanno l’insaziabile bisogno dello slay nel Doom Slayer. Che prende coraggio e si riempie di fronzoli nella sua critica al capitalismo, con una maschera affascinante. Ma questo è un mucchio di parole per descrivere che cosa, esattamente? Scopritelo nella recensione di Don’t Stop, Girlypop!.
Il dinamismo di un’era estetica

Le vibes di fine anni ’90 e primi 2000 definite nello stile Y2K sono tornate di moda negli ultimi anni, assieme all’immortale Frutiger Aero. Quest’ultima si sofferma sulla serenità e fluidità di forme tonde, trasparenze e spazi come lo sfondo della collina di Windows XP. L’era Y2K è fatta invece di iconicità, entusiasmo tecnologico, palette cromatiche audaci ed eccentricità. C’è un dinamismo innato, fatto di aspirazione e ascesa verso un futuro ignoto ma per il quale si nutre speranza.
Don’t Stop, Girlypop! focalizza questa speranza in Imber, una forza senza volto incaricata di sconfiggere una malvagia corporazione mineraria: Tigris Nix. Dopo un fallimento iniziale, si risveglia dovendo ricominciare da capo affinché essa non prosciughi completamente il mondo di “The Love”. Non c’è una ricerca di denaro o gloria, ma di preservazione del pianeta. Questo prevede il superamento rapido di una zona dopo l’altra, sconfiggendo soprattutto nemici chiamati Wasp – che, come lascia pensare il nome, hanno circa sembianze di vespe.
Un viaggio che non dura molte ore e prevede la sfida di nemici sempre più forti e numerosi: creature che si muovono molto velocemente, o altre mostruosità imponenti dotate di scudo che caricano Imber se si trova con i piedi a terra, sono ostacoli che si frappongono tra la salvezza del mondo fatato di “The Love” e l’eroina di turno. La narrazione non è proprio entusiasmante e il doppiaggio non aiuta sempre con la sua goffaggine. Tuttavia, riesce a costruire molto bene un’atmosfera molto coerente con il girlypop. Insomma, forse sfiora la mediocrità ma rimane valida, apprezzabile.
L’esagerazione non fa sempre bene

Continuiamo l’analisi dell’estetica guardando verso il comparto grafico, altra componente cruciale nella realizzazione del Y2K in un titolo fortemente dinamico. Don’t Stop, Girlypop! è infatti fatto di continuo movimento e questo può essere problematico. Il team di Funny Fintan Softworks, peraltro al debutto, è riuscito a offrire tendenzialmente un’esperienza fluida tra i mille effetti di luce. Ci possono essere alcuni cali di performance improvvisi purtroppo ma, almeno nel nostro caso, non sono stati troppo frequenti.
I problemi di leggibilità dell’azione non mancano. La propagazione esagerata del neon tra armi, creature, edifici e altre superfici sa essere spettacolare, ma grava sulla chiarezza dei nemici. Anche gli effetti di stelle e cuori, nei momenti più concitati, non aiutano. Si tratta anche in questo caso di una questione che si presenta in non troppe circostanze, ma lo fa con un impatto che può variare da persona a persona.
È quindi un’abbondanza che non fa sempre bene alla giocabilità, pur restando iconica e sorprendentemente piacevole da vedere. Non è così stucchevole come si possa pensare e, anzi, si esprime al meglio nelle possibilità di personalizzazione delle armi con diamanti e altri ornamenti, o anche con un cambio colore o pattern. Immaginatevi Dress to Impress, ma per il Doom Slayer. Certo, deve piacere, ma è una barriera che è in fondo ovvia sin dalla prima presentazione del gioco; ergo, non è una criticità – anzi, è proprio una cosa favolosa.
Il gameplay di Don’t Stop, Girlypop!

Il nome del titolo fa intuire immediatamente il gameplay: non bisogna fermarsi. I controlli di movimento vanno compresi a pieno per ottenere il meglio da Don’t Stop, Girlypop!, come nel caso degli ultimi DOOM o di ULTRAKILL. Più veloci e precisi si è, più alto è il danno. Bisogna scattare, saltare, tuffarsi e fare combo avanzate al fine di sfruttare gli spazi delle varie arene. Tutto ciò ha una fluidità eccellente, perfetta per quello che si definisce un movement shooter.
Il flusso delle battaglie viene definito specialmente dal wave hopping, tecnica che prevede l’accelerazione verso il basso, un salto immediato e uno scatto per mantenere lo slancio. Questa sequenza è molto gratificante e velocizza il gioco in un batter di ciglia. Diventa particolarmente utile negli spazi tra un’arena e un’altra, lineari e definiti da fasi di platforming.
Le armi a disposizione sono diverse: ci sono una gravity gun per lanciare oggetti addosso ai nemici, una SMG, un fucile a pompa e un fucile di precisione tra le varie opzioni. Hanno una modalità di sparo primaria, ovvero quella propria dell’arma, e una secondaria differente che spesso sinergizza con la prima. Ad esempio, con la mitraglietta si possono spargere dei blob addosso ai nemici che, se poi colpiti con la modalità primaria, esplodono e recano danno bonus. Esiste anche la possibilità di applicare stun alle mostruosità, combinabile poi a un assalto con katana che uccide istantaneamente anche i nemici più grossi e resistenti.
Un certo ruolo lo ha la colonna sonora, adrenalinica e pop allo stesso tempo. Addio all’industrial metal di Doom composto dal mitico Mick Gordon, benvenuti testi sdolcinati coordinati a suoni esplosivi e ammalianti. Non rende Don’t Stop, Girlypop! un titolo simile a BPM: Bullets Per Minute, ma si unisce all’esperienza centrale diventando un sottofondo ipnotico che funge da perfetto accompagnamento. La combinazione di tutti questi elementi rende il gameplay godibile anche se rettilineo e uniforme. È un ULTRAKILL quasi più rilassante, derivativo ma capace di sfidare il giocatore con un sentimento tutto suo.
La recensione in breve
Don’t Stop, Girlypop! fa propria l’estetica Y2K e la porta all’estremo nel connubio con le meccaniche e dinamiche di un movement shooter di qualità. Senza toccare vette narrative e ludiche, e adagiandosi su una serie di problematiche più o meno pesanti, resta un’opera di debutto che ha il suo perché. Riesce a offrire un’esperienza insolita e ben costruita, semplice nell’appeal e nella storia ma più articolata e appagante nel gameplay vero e proprio. È un FPS per chi fa una vita da diva, direttamente contrapposto alla possenza e rabbia del Doom Slayer, ma figlio della sua qualità.
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Voto Game-eXperience
