Il contenzioso legale tra Sony ed un gruppo di giocatori americani ha subito una svolta imprevista: un giudice distrettuale degli Stati Uniti ha bocciato il patteggiamento da 7,85 milioni di dollari, ritenendolo troppo vago e non conforme alle direttive del tribunale della California del Nord. L’accordo, inizialmente annunciato nel dicembre 2024 e formalizzato a marzo 2025, mirava a chiudere una causa collettiva legata ai prezzi elevati dei giochi digitali sul PlayStation Store. I querelanti, un gruppo di utenti PlayStation, sostengono che Sony, impedendo dal 2019 la vendita di codici digitali tramite rivenditori terzi, abbia creato un monopolio di fatto, permettendosi di mantenere prezzi significativamente più alti rispetto alle controparti fisiche e ad altri store digitali in regime di concorrenza.
PlayStation Life Style ricorda che secondo i ricorrenti, questa strategia commerciale ha inciso negativamente sulla libertà di scelta dei consumatori e sui prezzi, che sarebbero risultati “supracompetitivi”, ovvero superiori a quelli che si sarebbero stabiliti in un mercato competitivo. Nonostante il colosso giapponese continui a negare qualsiasi responsabilità legale, l’azienda aveva scelto di proporre un accordo economico per evitare una lunga e onerosa disputa giudiziaria. Tuttavia, il giudice Araceli Martínez-Olguín ha ritenuto l’accordo non sufficientemente trasparente, invitando i querelanti a riformulare la proposta entro 30 giorni, aprendo così a un possibile nuovo compromesso.
Nel frattempo, il PlayStation Store prosegue con le sue offerte stagionali su PS5, mantenendo alta l’attenzione dei consumatori, ma anche quella delle autorità. Infatti, la vicenda statunitense non rappresenta un caso isolato: Sony è oggetto di indagini simili in altri paesi, sempre in relazione al controllo sui prezzi e alla distribuzione dei contenuti digitali. La questione solleva interrogativi più ampi sul ruolo delle piattaforme digitali e sulle pratiche che regolano l’accesso e la concorrenza nei mercati virtuali. Mentre la disputa legale continua, la vicenda invita a riflettere criticamente su cosa significhi davvero “libero mercato” nell’era del digitale.
