Avete presente quella sensazione strana che c’avete una strizza tanta perché vi sentite osservati da “vai tu a saper cosa” e indovina, non c’è nessuno ad osservarvi? Ecco, questa cosa brutta è normalmente chiamata Scopaesthesia. Che ok, non è proprio quel genere di malattia che suona innocuo come “raffreddore”, ma ci serviva per fare un po’ i ganzi in questa scoppiettante introduzione di Slender: The Arrival per Switch. Non che tale info vi sarà particolarmente utile per venire a capo dell’ennesimo porting, a cui manca solo il videocitofono di casa mia per far filotto: ma se mai vorrete far colpo in spiaggia con la bella di turno, potreste chiederle se per caso è Scopaestetica. Male che vada, a Slender ci giocherete nella vita reale…

Parlare di Slender: The Arrival nell’anno del Signore 2019 è un po’ a metà strada tra l’inutile e il risibile: da un lato, perché lo smilzone senza volto creato 10 anni fa da Erik Knudsen arriva in quel di Kyoto un po’ fuori tempo massimo. Dall’altro, perché se non conoscete Slender Man o non ne avete mai sentito parlare un pochino stronzi ce siete. Potremmo iniziare un lunghissimo pippone infarcito di parole a caso come meme, creepypasta, layer o altre boiate da disadattato sociale che fa tanto ganassa nelle chat di WhatsApp, ma gira o rigira vi basterebbe una googlata veloce veloce per capire tutto quello che serve prima di prendere i Joycon in mano. Quindi via, pochi indugi e andiamo dritti alla ciccia dell’ultima fatica di Parsec Production.

Anzi no, partiamo da The Eight Pages, ossia l’antefatto 100% indie da cui è nata l’altalenante fortuna videoludica del mostro in giacca e cravatta che anche vostra zia conosce. Quello, vostro onore, era una gran bella figata: sporco, indipendente e senza tanti fronzoli, con un gameplay riassumibile nella sola parola “jumpscare” ma, nonostante tutto, capace di farci produrre mattoni da dove non batte il sole. Bello, semplice, immediato: pure corto da far schifo, ma con un rapporto bestemmie/passi percorsi raramente eguagliato.

Slender: The Arrival, per qualche oscura ragione, s’inventa una storiella di cui nessuno sentiva il bisogno e sposta il focus da quella fottuta foresta (ovviamente presente, e meno male, in un paio di passaggi) in una decina di location multiple legate da un filo conduttore sottile: c’è sempre qualcuno pronto a mordervi le chiappe. O per dirla meglio, una sparizione avvolta nel mistero dove incubo, paranormale e follia si mescolano indissolubilmente per svelare un terrore ben oltre l’immaginazione. Sì, ok, c’è Slender Man (e qualche altro amichetto buffo, come il Chaser) a rendervi la vita più peperina. Cosa decisamente inaspettata, considerando il materiale originale, la presenza di tre personaggi controllabili in differenti sezioni: l’obiettivo è chiaramente dare un minimo di credibilità alla baracca narrativa, che – potete starne certi – diventa bellamente dimenticabile dopo 15 minuti di gioco. Il risultato vabè, poteva andare peggio: ma giocare a Slender per la storia è un po’ come scaricarsi 10 giga di porno per apprezzare la colonna sonora.

Ma a parte tutti questi pipponi, direte voi, come se la cava Slender: The Arrival su Switch? Trattandosi di un porting paro paro di un titolo con 5 anni sul groppone, completamente privo di upgrade tecnologici e persino di una mezza modalità aggiuntiva, l’unica risposta che possiamo accettare è: “Diamine, se la cava che è una bomba”. Al netto della soluzione in portabilità, fiore all’occhiello dell’ibrida dei mattacchioni di Kyoto, non esistono molte altre ragioni (a parte l’amore per sto diamine d’uno Slender) per spendere un decino nello shop di casa Nintendo. In modalità Dock non v’è differenza rispetto alla versione della passata generazione, a parte la vibrazione lussuriosa che dai, rende bene; la variante portatile ci gusta non poco, ma senza il giusto paio d’auricolari e il favore delle tenebre che v’avvolgono mentre giocate, alle tinte oscure del 90% del playthrough non verrebbe resa giustizia. Che poi vabbè, a giocare gli horror alla luce del sole si diventa persone falze…

Tuttavia ci sono pure un paio di castagne da levar dal fuoco, controlli in primis: le occasioni in cui i comandi laggano o vanno poeticamente a farsi spupazzare sono molteplici, così come lo saranno le bestemmie quando il vostro alter ego deciderà autonomamente di correre per qualche metro o, peggio ancora, troverà utile incastrarsi dietro un fottutissimo stipite con Muso Pallido a distanza di uno sputo. Che ve lo diciamo noi, significa morte istantanea e prenotazione confermata per il soggiorno agli inferi.

Arriviamo dunque a grandi balzi al verdetto: il walking simulator imperniato sull’esplorazione e sul jumpscare di Parsec Production, pure su Switch, non fa una grandissima figura. L’audio è una bomba, quello sì, ma la torcia fa comunque ribrezzo (e, per essere nel 2019, siamo pure gentili), graficamente è “più vecchio che vintage” e le imprecisioni dei comandi costano care. Aggiungete alla lista una storiella bella sulla carta (ma di cui difficilmente capirete qualcosa tanto è blanda) ed un gameplay un pochino troppo superficiale, e capirete da soli quanto il 6 stiracchiato sia il regalo di un 38enne suonato che offusca la ragione con l’amore per l’horror in ogni sua forma.

Articolo di Alberto Destro

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