I “walking simulator” non godono di grande fama di questi tempi. Il termine, usato per definire quei videogiochi più portati a curare la loro storia piuttosto che un profondo o complicato gameplay, sta divenendo in breve un dispregiativo, generando tra i giocatori profondi dibattiti su cosa rispetti o no il termine “videogioco”. Un’opinione popolare è che non si possa definire valido un prodotto dove l’unico mezzo di interazione col mondo virtuale sia premere un tasto davanti a determinati oggetti o dialoghi, per poi proseguire semplicemente camminando e guardandosi attorno – un’esperienza che in molti giudicano più da cameraman di un film.

Quello che però personalmente adoro di questi videogiochi (anche del tanto criticato Firewatch, che ancora adesso scatena apocalissi su quanto costi e quanto valga) è come limitando l’azione del videogiocatore, gli sviluppatori siano in grado di esprimersi su altri livelli, dimostrando abilità di scrittura ed una cura che non si vedono in prodotti open-world o meno guidati. Riflettiamo un attimo: si può dire che Gone Home, Tacoma o What Remains of Edith Finch sarebbero stati titoli ugualmente brillanti, se il videogiocatore avesse potuto interrompere il contesto e la storia in qualsiasi momento per divagare o illuminare un pezzo di mappa inesplorata?

Draugen si pone allo stesso modo: è una storia e come tale va vissuta, mettendo da parte complicate meccaniche a favore del sedersi, rilassarsi e godersi qualche sano momento in santa pace.

Un paradiso perso nel nulla

La storia di Draugen prende forma nel 1922-23, dove ci troveremo nei panni di Edward Charles Harden. Questo americano, un viaggiatore che si è spinto in barca fino a Gravvik – un villaggio isolato in Norvegia – assieme all’enigmatica compagna Elizabeth, è alla ricerca di sua sorella Betty, misteriosamente scomparsa. Le cose prendono una piega inaspettata fin da subito, quando si scopre che l’intera comunità sembra sparita nel nulla e la città è abbandonata, completamente priva di vita. Nessun segno di violenza nè aggressione, tutti quanti sembrano “semplicemente” scomparsi da un momento all’altro: è solo ficcanasando qua e là nelle case che iniziano a saltare fuori i dettagli succosi, come una coppia di fratelli gemelli sposati con due sorelle gemelle, soci di un’attività mineraria nei pressi del paesino. La miniera sembra chiaramente coinvolta nella catena di eventi, ed alcuni indizi rilevanti scoperti da Edward potrebbero essere legati alla scomparsa di Betty.

Non voglio certo raccontarvi tutto in anticipo, e fin qui Draugen sembrerebbe un videogioco dalla trama tutto sommato normale per il suo genere, definito dai creatori come un Fjord Noir pieno di mistero e suspance. Sotto la patina opaca dell’abuso della parola “mistero” però si nasconde una trama molto più originale, uno studio dei personaggi molto più psicologico e raffinato e una progressiva decadenza della sanità del protagonista, impegnato tra la ricerca di Betty, i dialoghi con Elizabeth e la lotta interiore con la coscienza che viene alimentata ad ogni passo fatto verso la verità.

Muoversi in tutta tranquillità

In termini di meccaniche, si cammina, si corre e si interagisce sporadicamente con qualche oggetto. Draugen è sostanzialmente un walking simulator, come si diceva nell’introduzione, e gli avvenimenti nel paesello costiero davanti a cui Edward si trova costringono a focalizzare buona parte del gioco su Elizabeth, in quanto non ci sono altri personaggi o comprimari al di fuori di lei. Questo comporta una scelta discutibile, ma ottimale per sostenere questa “assenza” di gameplay: gli sviluppatori hanno concentrato tutti i loro sforzi sui dialoghi e su un sistema di scelta delle risposte dinamico che vi consentirà di selezionare le parole di Edward, in base ovviamente agli indizi trovati e alle deduzioni che farete. Queste opzioni di dialogo vi appariranno in sovrimpressione sotto forma di parole per poi iniziare a sbiadire, fino a sparire: come avviene nelle conversazioni reali, il sistema vi chiederà di parlare o lasciar cadere la conversazione, e di essere tempestivi e recettivi nel farlo. Molto similmente ad un altro titolo, Oxenfree, vi offrirà quindi la possibilità di giocare contro il gioco stesso e seguire le vostre intuizioni.

In Draugen non esistono dei puzzle (o non consistenti, almeno), il gioco intero è piuttosto guidato e senza bivi, il tutto voluto fortemente dagli sviluppatori che, piuttosto che riempirci di mini-puzzle o mini-game rovinando l’atmosfera, hanno preferito dedicarsi interamente alla narrativa e alle sfaccettature. Il piccolo villaggio non lascia scampo e non potrete perdervi molto, nè volutamente, tra più di una chiesa, qualche negozio, qualche casa, una villa e la miniera. Nonostante tutto, questa scelta non pesa: visivamente il comparto artistico fa scintille da ogni parte ed è tutto rappresentato in maniera ineccepibile, tanto da dare quasi vita ai luoghi e farvi sentire il freddo intenso e pungente della Norvegia nella sua parte più incontaminata. Fare avanti e indietro, ammirando il paesaggio evocativo fino agli oggetti più banali, ed esaminare nuovi dettagli compenserà abilmente la mancanza di un vero gameplay – una caratteristica che i giocatori più esigenti potrebbero non riuscire ad accettare.

Qualità, non quantità

Dopo aver eviscerato la parte più meccanica di Draugen, passiamo al comparto tecnico. Per tutta la durata dell’avventura, che potrà variare dalle tre alle quattro ore, vi troverete a che fare con la vostra comprimaria Elizabeth e le sue – e le vostre – considerazioni. Nonostante l’incedere guidato, non vi mancheranno cose da fare, in quanto Draugen vi presenterà sempre nuovi indizi di cui andare alla ricerca, che approfondiranno ulteriormente lo stato emotivo e mentale di Edward.

Visivamente, il gioco è meraviglioso: l’attenzione al dettaglio si vede, e l’intento di ricreare e catturare l’esatta atmosfera di un piccolo villaggio norvegese degli anni ’20 riesce alla perfezione. I paesaggi sono quasi fotorealistici, tanto che vi sembrerà di essere sul posto mentre viaggiate, vedendo montagne stracolme di neve e ruscelli che brillano tutt’attorno, sentendo il lieve suono della brezza dalle casse direttamente nelle vostre orecchie. Tutta quest’abbondanza di dettagli e scorci è in grado di regalare bellissime sensazioni ai più esteti, ma anche di intrigare il giocatore un po’ meno conoscitore d’arte, specialmente quando l’ambientazione passa agli antri oscuri della miniera che più che visti, sembrano quasi raccontati – una Moria descritta da Tolkien è un esempio calzante.

Per quanto riguarda Edward ed Elizabeth, il motion capture usato per dare vita ai personaggi ci regala spettacolari prove di recitazione, momenti in cui i movimenti delle mani, degli occhi o le microrughe di espressione ai lati della bocca sanno rendere vivi quelli che sono, dopotutto, dei manichini virtuali insigniti di uno scopo superiore. I modelli 3D di tutto ciò che incontreremo sul cammino sono estremamente elaborati e ben fatti, ma sopratutto puliti – niente pixel in giro, compenetrazioni strane o sbavature. Anche con tutto settato a “ultra”, il gioco fila a meraviglia senza blocchi o rallentamenti.

Il comparto sonoro è il fiore all’occhiello di Draugen, delicato e bellissimo. Composto da Simon Poole, che a suo tempo mise le mani su Dreamfall e i relativi Dreamfall Chapters, la musica suscita un senso continuo di suggestione e tiene col fiato sospeso. In alcuni punti, un’impennata improvvisa potrebbe spaventarci a morte, mentre altre tracce volano via dolci e piene di emozione, tanto da portare alle lacrime i cuori più languidi come se fossero soffioni lasciati al vento. Semplicemente, non ci sono abbastanza parole in un vocabolario nè abbastanza similitudini per rendere bene come la colonna sonora s’intrecci a quello che vediamo, alla storia che si dipana davanti a noi.

Stessa cosa si può dire delle voci. Edward ed Elizabeth sono doppiati magnificamente, usano un vocabolario preciso per i loro tempi, ed ogni parola inusuale, americana o norvegese, viene rimarcata col giusto valore anche per chi proprio anglofono non è. L’unica, minuscola pecca è che lo scrittore di Elizabeth sembra essersi sforzato un po’ troppo di scrivere un personaggio molto caratteristico, col risultato che Elizabeth alle volte sembra banale.

La localizzazione è completamente in inglese, mentre per Francese, Tedesco e Spagnolo la casa ha inserito le traduzioni dell’interfaccia e dei sottotitoli, ma nessun doppiaggio. Per questo, oltre che alla mole di dialoghi che richiedono una conoscenza più che discreta dell’inglese, non mi sento di consigliare il gioco a quanti di voi non masticano bene la lingua. Chi riesce a sostenere il livello di lingua invece, con un po’ di sforzo, si troverà ricompensato da una storia interessante, cruda e drammatica.

Pro:

  • Storia sorprendente
  • Dialoghi dinamici
  • Dettagliatissimo, sia visivamente che a livello sonoro

Contro:

  • Molto guidato, perfino sulle poche interazioni
  • Il gioco lascia largo spazio alla trama e vanta un gameplay quasi assente, cosa che potrebbe non soddisfare i giocatori più esigenti

Piattaforma: Pc (Steam e GoG), Xbox One, Ps4

Pegi: 18+

Longevità: 3-4 ore

Sviluppatore: Red Thread Games

Editore: Red Thread Games

Lingua: Inglese (interfaccia, voci, sottotitoli), Francese, Tedesco, Spagnolo (interfaccia e sottotitoli)

Anno: 29 maggio 2019

Tipologia: Avventura, Indie, Narrativa

Commenti

RASSEGNA PANORAMICA
Voto finale
8
Articolo precedenteCrackdown 3: disponibile update gratuito che introduce i trucchi
Articolo successivoMicrosoft potenzia i Dev Kit di Xbox, per migliorare l’esperienza di Project xCloud
Erika Berselli
Giocatrice di ruolo e videogiocatorice vorace. Le piace sparire dal vivo quanto fare il ladro o muoversi nello stealth. Amante degli horror (nonostante poi non ci dorma per sua stessa ammissione) e dei gdr.