ARTICOLI

Recensione | Divinity: Original Sin II

Il mondo dei videogiochi è un posto meraviglioso. Il bisogno di voler raccontare storie è qualcosa di insito nell’animo umano, la necessità di condividere con le altre persone un’idea, un’avventura, una fuga dalla realtà che troppo spesso è ordinaria amministrazione. E’ per questo che esistono i libri, i film, i videogiochi e i giochi di ruolo. E se le storie sono ben narrate, non importa le difficoltà che si incontreranno, riusciranno sempre a trovare il loro pubblico. E’ quanto successo ai Larian Studios e al loro incredibile Divinity Original Sin, un progetto nato dal crowdfunding dopo che l’azienda si trovava in cattive acque e risolta con un titolo gdr hardcore eccezionale, che conquistò critica e pubblico in pochissimo tempo. Era solo questione di tempo prima che i ragazzi di Larian prendessero atto dei loro errori e producessero, sempre via Crowdfunding, il seguito del titolo della loro rinascita. E ce l’hanno fatta. Divinity: Original Sin II è realtà e dopo averlo completamente consumato per oltre una settimana non abbiamo paura di dire che abbiamo davanti il miglior gioco di ruolo mai realizzato dai tempi di Buldur’s Gate 2 e Planescape Torment (e chi mi segue sa benissimo la pesantezza di queste mie affermazioni). Ma andiamo con ordine.

Non una tranquilla gita in barca

Divinity: Original Sin II parte con un pretesto narrativo molto semplice, in grado di coinvolgere sia i novizi che i giocatori del primo capitolo: dotato del potere del Source, una particolare energia magica legata all’anima, il nostro protagonista insieme ad altri prigionieri viene imbarcato su una nave diretta a Fort Joy, una prigione gestita dai Templari per una serie di eventi che diverranno chiari poi nel corso dell’avventura. Insieme al gruppo si imbarca anche una Strega dalla dubbia moralità che nel mezzo di una tempesta e di un attacco di un mostro tentacolare, compirà un omicidio. Se le cose non vi sono chiare, state tranquilli, la trama di Divinity: Original Sin II è complessa e stratificata esattamente come ci si aspetta da un titolo del genere, con migliaia di linee di dialogo, scelte da affrontare e una libertà d’azione incredibile. Tutto è stato reso molto più completo ed approfondito, mostrando così come i nuovi sceneggiatori abbiamo potuto dare il loro contributo. Un titolo immenso che vi terrà impegnati per centinaia di ore e completamente rigiocabile, dimostrandosi così uno dei migliori acquisti in termini di tempo di questa generazione. Vi basti sapere che dopo 20 ore eravamo ancora nell’area iniziale, competendo quindi in termini di vastità con l’epocale Dragon Age: Inquisition di Bioware, andando però ad approfondire ancora di più ambienti e combattimenti, come diremo in seguito. La storia sarà plasmata attorno al vostro personaggio, che potrete creare stavolta scegliendo tra più razze, tutte dotate di poteri e caratteristiche specifiche tra loro. Umani, Elfi, Lucertoloidi, Nani e Nonmorti saranno gli archetipi che potrete scegliere durante la creazione, oltre a 10 classi, che spaziano da quelle più classiche tipiche del genere fantasy ad altre più particolari e versatili come il mago guerriero o la strega, tutte molto divertenti da usare. L’editor stesso ha avuto un potenziamento considerevole, con tantissime opzioni di personalizzazione del proprio alter ego, soprattutto per un titolo del genere.

La ricerca della perfezione

Le crescita del personaggio è ovviamente legata ad una progressione di livelli molto simile a quella di Dungeons & Dragons, con aumenti di caratteristiche, abilità e talenti che si accumulano in maniera asimmetrica durante l’acquisizione di punti esperienza. Questi definiranno il vostro personaggio, che partirà sì con una classe predefinita, ma durante il corso dell’avventura potrà intraprendere il cammino che più vi aggrada, andando a definire non tanto la classe ma il vostro stile di gioco. Una libertà totale per il giocatore, che per forza di cose viene apprezzata molto di più dagli utenti più esperti, data la necessità di incastrare varie skill e statistiche per procedere in maniera ottimale. Divinity: Original Sin II è infatti un titolo hardcore in tutta la sua interezza: la libertà data al giocatore è assoluta, nel vero senso del termine. Le quest non sono invasive, la storia vi lascia tutti i vostri spazi e potrete letteralmente fare di tutto con il mondo di gioco: parlare con tutti, commerciare con chiunque, lanciare oggetti, distruggerli, interagire con letteralmente qualsiasi cosa. Questo vi rivelerà tantissimo degli scenari, permettendovi di affrontare missioni e combattimenti in maniere alternative e di cambiare sia il mondo che come questo reagisce al vostro party. A proposito del party, dovrete parlare molto con i vostri compagni per capire le loro intenzioni e i loro obbiettivi, e in questo il sistema di gioco ha subito un enorme cambiamento rispetto al primo capitolo. Le opzioni di dialogo di backgorund, quelle cioè relative alla vostra razza e origine, sono molto più numerose ed influenti, lasciandovi proprio l’imbarazzo della scelta. Questa totale libertà potrebbe disorientare i giocatori non abituati a simili complicazioni ed esserne scoraggiati, ma noi preferiamo pensare che invece Divinity: Original Sin II cerchi invece di spingervi ad uscire dalla vostra confort zone e a rigettarvi nei giochi di ruolo nella loro accezione più pura del termine. Il gioco va scoperto piano piano, va esplorato, va sperimentato, come una piccola metafora della vita: non vorrete mica rimanere nel vostro recinto dorato per sempre no? Allora iniziate a giocare a giochi veri. Scordatevi tutorial che vi spiegano anche come muovere il mouse (tranquilli, il tutorial c’è, ma non è per nulla invasivo o al limite del ritardo) o diari che vi prendono per mano vi indicano il punto esatto dove scavare. Siamo tornati ai fasti di Morrowind, per intenderci.

Un manuale di combattimento

Dove però Divinity: Original Sin II mostra tutta la sua spettacolarità è il sistema di combattimento. Rimasto più o meno identico al primo capitolo, utilizzando quindi un sistema a punti d’azione e di effetti elementali che influenzano il terreno, è stato ulteriormente ampliato in termini di varietà e complessità di situazioni. Nessuno scontro in Divinity sarà uguale all’altro e tutti potranno essere eseguiti con più strategie. Abbiamo avuto combattimenti che sono durati quasi un’ora, perché andavano calcolati al minimo punto d’azione anche se sembravano estremamente semplici, mentre altri con la tattica giusta sono durati pochi minuti nonostante la complessità iniziale della situazione. L’IA nemica è estremamente responsiva e funzionale, in grado di mettervi in difficoltà anche con un singolo nemico e di sfruttare tutte le vostre falle e debolezze strategiche. Il posizionamento stesso farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, non solo perché ora tutti gli effetti intaccano il terreno di gioco, ma anche perché combattere da posizioni soprelevate o svantaggiate influenzerà il danno o la quantità di azioni che andrete ad intraprendere in un singolo turno. Non sarà raro inoltre ricaricare completamente un combattimento per cambiare totalmente approccio, vista la complessità degli stessi, proprio perché magari i poteri o l’equipaggiamento di un nemico lo rendono estremamente letale negli spazi angusti (maledette palle di fuoco sul veleno) o viceversa. Avrete insomma capito che siamo davanti alla forma più complessa di combattimenti a turni, influenzati da decine di fattori che neanche nei giochi pen and paper più complessi si riesce a raggiungere. Una vera delizia per gli appassionati, una lezione memorabile per chi dice di amare le sfide complesse. Una partita a scacchi con le magie, ecco come potrebbe definirsi il combattimento di Divinity: Original Sin II.

Larian e le opere d’arte

Anche dal punto di vista tecnico, Divinity: Original Sin II ha fatto un gigantesco passo avanti, sia dal punto di vista artistico che di motore. Il gioco è estremamente più bello da vedere, molto più fluido e pulito, ma soprattutto decisamente più ricco di dettagli. L’impressione che abbiamo avuto è quella di un mondo vivo, vibrante, in grado di andare avanti anche se il giocatore non esiste, anche se il PC è spento, ma che allo stesso tempo reagisce e si muove a seconda dei comportamenti del party di gioco. Come avrete potuto notare, non abbiamo ancora mosso alcuna critica a Divinity: Original Sin II, ma il perché è presto detto: siamo di fronte al nuovo titolo di paragone per i gdr occidentali hardcore, un gioco che è nettamente superiore a tutti i suoi simili e che ha completamente annichilito il predecessore con i suoi errori. Un gioco che chiunque appassionato di giochi di ruolo deve assolutamente avere. C’è un’unica pecca, che è quella relativa alla localizzazione in italiano, completamente assente purtroppo. Per godersi un titolo del genere bisogna avere una conoscenza dell’inglese leggermente superiore alla media, dato l’elevato numero di dialoghi e la necessità di leggere parecchio, ma vogliamo sperare che nel 2017 tutto questo non debba per forza essere un problema. Non sappiamo se in futuro ci sarà una patch a supporto per l’italiano, come successe col primo capitolo e l’ottimo lavoro fan made poi divenuto ufficiale, ma il modo per convincere gli sviluppatori a procedere in quel senso è sempre lo stesso, comprare il gioco. Ci sarebbe anche molto altro da dire, come della modalità split screen o della spettacolare Game Master Mode, un potentissimo editor in grado di creare le vostre avventure come i veri GDR cartacei, ma lasciamo a voi il piacere della scoperta, visto che distoglierebbe il discorso dalla recensione. Sappiate solo che anche per questi tools, Divinity è una spanna sopra tutti.

PRO:

  • Immenso e completamente libero
  • Migliora il predecessore sotto tutti gli aspetti
  • Sistema di combattimento complesso e appagante
  • Longevità incredibile
  • Visivamente magistrale
  • La vera trasposizione videoludica del gioco di ruolo

CONTRO:

  • Non localizzato in italiano

Versione testata: PC