Nei mesi scorsi Kingdom Come: Deliverance 2 è finito al centro di polemiche legate ai cosiddetti contenuti “woke”, ma secondo Warhorse Studios il clamore di queste discussioni non ha inciso sul successo del gioco. Dopo le discussioni emerse online, lo studio ha chiarito che non ci sono state conseguenze concrete né sul piano commerciale né su quello creativo ed anzi il titolo ha continuato a raccogliere consensi dalla critica.
A fare chiarezza è stato Martin Klíma, cofondatore di Warhorse e produttore esecutivo del progetto. Le sue parole offrono uno spaccato diretto su quanto queste controversie contino davvero nell’industria, precisando che le critiche sono nate in ambienti politici opposti rispetto a quelle che avevano colpito il primo capitolo.
Se Kingdom Come: Deliverance era stato accusato da voci progressiste di scarsa rappresentazione e di una visione problematica dei conflitti storici, il secondo episodio ha attirato attacchi da ambienti di estrema destra per l’inclusione di una storia d’amore gay opzionale per il protagonista Henry e per la presenza di personaggi rom, ebrei e musulmani rappresentati in modo positivo. Due polemiche di segno opposto, ma con un elemento comune: la loro forte amplificazione sui social network.
Intervistato da PC Gamer in occasione del riconoscimento come GOTY 2025 della testata, Klíma ha spiegato che è difficile misurare con precisione l’impatto di queste polemiche. Da un lato, ammette che il rumore mediatico può aver garantito una visibilità extra al gioco; dall’altro, riconosce che qualsiasi controversia rischia di distogliere l’attenzione dal prodotto stesso, costringendo a spiegazioni e chiarimenti che poco hanno a che fare con il gameplay o la qualità dell’opera.
La sua valutazione personale, però, è netta: il “trambusto” avrebbe interessato solo una piccola cerchia di utenti estremamente attivi online, una fetta irrilevante rispetto al pubblico complessivo. Secondo Klíma, la maggior parte dei giocatori non si è curata affatto di queste discussioni e, in molti casi, non ne era nemmeno a conoscenza. Questo spiegherebbe perché le vendite e l’accoglienza critica non abbiano subito contraccolpi.
Klíma ha affermato quanto segue in merito all’impatto delle polemiche:
“Ovviamente mi piacerebbe davvero tanto conoscere la risposta. Si possono sostenere in modo molto convincente entrambe le tesi. Si può dire che ci abbiano dato un po’ di visibilità extra – perché non importa cosa dicano di te, purché scrivano correttamente il tuo nome. Ma è anche bene precisare che qualsiasi controversia sia dannosa, e tu vorresti parlare del gioco, senza doverti districare in certi… ragionamenti contorti. Preciso però che la mia opinione personale è che tutto questo trambusto abbia avuto importanza solo per una manciata di guerrieri culturali cronicamente online, che rappresentano una fetta insignificante del pubblico videoludico nel suo complesso. I veri giocatori, in realtà, non se ne sono preoccupati affatto e probabilmente la maggior parte di loro non ha nemmeno mai sentito parlare di queste pseudo-controversie.”
Anche all’interno del team di sviluppo l’effetto è stato limitato. Klíma parla di un’influenza minima, sottolineando come gli attacchi siano stati percepiti come ingiusti e in malafede. Se c’è stato un risultato tangibile, è stato semmai un rafforzamento della coesione interna, una sorta di “mentalità da fortezza assediata” che ha compattato il gruppo, senza però condizionare in modo significativo il lavoro quotidiano. Alcuni membri dello studio, aggiunge, sono rimasti quasi del tutto ignari delle polemiche.
In sintesi, Warhorse ribadisce di voler restare fuori dalle guerre culturali e di concentrarsi esclusivamente sulla creazione di videogiochi. I risultati ottenuti da Kingdom Come: Deliverance 2, tra recensioni molto positive e candidature ai principali premi, sembrano confermare la posizione dello studio: il dibattito online ha fatto rumore, ma non ha lasciato segni concreti sul destino del gioco.
