Hideo Kojima si è raccontato in una lunga sessione di domande e risposte con Wired, affrontando curiosità personali e professionali che spaziano dal suo metodo di lavoro alla visione del futuro dei videogiochi. L’incontro ha permesso di entrare nel pensiero di uno dei game creator più influenti di sempre, mostrando come dietro le sue opere ci sia una filosofia precisa, costruita su passione, sperimentazione e attenzione maniacale ai dettagli. Il risultato è un ritratto coerente di un autore che continua a interrogarsi sul medium e sulla sua evoluzione.
Secondo Kojima, ciò che rende davvero valido un videogioco è prima di tutto l’amore di chi lo sviluppa. Da questa spinta emotiva nasce la libertà che il giocatore percepisce pad alla mano: meccaniche e oggetti non devono avere un solo utilizzo prestabilito, ma offrire possibilità alternative. La qualità di un’esperienza emerge quando il giocatore scopre da sé soluzioni diverse, rendendosi conto che sono state pensate e previste dagli sviluppatori. È in quel momento, spiega Kojima, che il gioco smette di essere rigido e diventa vivo.
Un altro elemento centrale è la capacità di far desiderare il ritorno nel mondo di gioco. Per Kojima non basta una buona storia: conta l’atmosfera complessiva, quella sensazione che spinge il giocatore, dopo una giornata di studio o lavoro, a voler rientrare in quell’universo. Questo approccio spiega anche il suo metodo di rifinitura finale, che consiste nel giocare ripetutamente il titolo controllando ogni aspetto, dall’operabilità alla grafica, dalle animazioni al suono e alla musica, fino al puro feeling del gameplay.
Parlando di Death Stranding (con il secondo capitolo reso più semplice per un motivo), Kojima ha chiarito che l’idea è nata da un concetto astratto prima ancora che da una meccanica. Ha immaginato il fenomeno del “Death Stranding”, poi un mondo di persone isolate e infine un protagonista incaricato di connetterle. Solo a quel punto la consegna dei pacchi è diventata una scelta naturale, coerente con il tema della connessione. Questo modo di procedere mostra quanto, per lui, il significato venga prima della forma. Il game director giapponese ha rivelato che il gioco a cui ha giocato di più nelle sua vita è Super Mario Bros.
Sul futuro dei videogiochi, Kojima guarda oltre il “rettangolo” dello schermo tradizionale, che per secoli ha rappresentato il fondamento di cinema, fotografia e pittura. Con l’avvento di realtà virtuale e aumentata, quel confine potrebbe scomparire, aprendo la strada a esperienze più immersive e radicalmente diverse. Una visione che anticipa riflessioni più ampie che l’autore svilupperà durante la sua keynote alla GDC 2026, già molto attesa.
In definitiva, questa sessione di domande e risposte offre una lezione preziosa: per Hideo Kojima la creatività nasce dall’unione tra passione personale, cultura cinematografica, sperimentazione e rispetto per l’intelligenza del giocatore. Un approccio che spiega perché le sue opere continuino a far discutere e a influenzare il modo in cui pensiamo il videogioco come forma espressiva.
Aggiungiamo che Kojima ha paragonato l’AI agli smartphone nelle scorse ore.
