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Gli episodi non sono morti | Speciale

Il formato episodico – anche definiti a capitoli o a episodi – è sempre stato una scommessa, se immesso nel mercato del mondo dei videogiochi. Mentre negli altri media (radio e televisione) ha spopolato fin dagli anni 50-60, arrivando fino a noi oggi dopo un grosso calo negli ultimi anni ed una lenta ma graduale ripresa – come dimostrato da serie note come Snowpiercer e dal più recente, amatissimo The Boys, che ha tentato di imporre di nuovo una visione più calma e intelligente col metodo “una volta a settimana” – , nei videogiochi il tentativo di proporre una struttura simile sembra essersi esaurito dopo l’iniziale successo (e declino) della famosa Telltale Games. Ma è del tutto vero? I giochi a episodi non interessano più a nessuno? Noi di Game-Experience cercheremo di fare un po’ di chiarezza con questo speciale.


Proprio Telltale Games aveva dato inizio alla moda dei capitoli, con la sua trasposizione di The Walking Dead, autonoma rispetto alla controparte televisiva. Oltre ad essere un ottimo gioco narrativo, The Walking Dead proponeva l’apocalisse da un punto di vista che non ci è affatto familiare: quello del tempo. Il tempo di annoiarci e attendere, il tempo di evoluzione necessario per passare da sani a infetti, il tempo che separa il punto di partenza da quello di destinazione in un viaggio a piedi. In un mondo in costante frenesia, dove divorato un gioco abbiamo subito la necessità di passare al successivo per intrattenerci in maniera soddisfacente in quelle poche ore che separano la routine casa-studio-lavoro-famiglia, sembra che manchi il tempo per mangiare, dialogare, guardarsi negli occhi o perfino ascoltare i nostri pensieri. E The Walking Dead, pensato in quest’ottica, era pieno di lunghi momenti di dialogo e pause, di introspezione, di quei tempi d’attesa che si prolungavano nel lento degrado provocato da un’apocalisse zombie.
Telltale Games vide lontano per un bel periodo, proponendoci giochi a episodi che rispettavano la struttura tipica delle serie televisive, lasciandoci con un cliffhanger ad ogni chiusura di capitolo e rispettando le nostre scelte passate con svolte sempre nuove e interessanti. Dopo The Walking Dead, a conferma della funzionalità di questa scelta e del legame sempre più persistente tra videogiochi e televisione, Telltale fu in grado di generare molti altri piccoli capolavori come Tales from the Borderlands, The Wolf Among Us e Batman – The Talltale Series, che riservavano al giocatore molta attenzione sotto il punto di vista narrativo. Con la nascita di Dontnod venne alla luce anche il primo Life is Strange, che per quanto modesto ed un po’ imbranato negli ultimi episodi, diventò subito un titolo irrinunciabile: mescolando paranormale e vita universitaria, avevamo la possibilità di seguire la tranquilla vita di Max gradualmente stravolta dalle sue improvvise capacità di manipolare il tempo. A chi mai potrebbe interessare la pacata routine di una giovane, imbranata studentessa che sogna animali guida e fari durante una tempesta? Beh, “a tutti” pare la risposta appropriata, se quella studentessa all’improvviso riavvolge il tempo e non sa nemmeno perchè.
Il pubblico cambia negli anni, si sa, e la bancarotta dell’azienda californiana Telltale (ed il conseguente ridimensionarsi di questa nicchia del videogioco, anche per la Dontnod che vide un clamoroso insuccesso con Life is Strange 2) fu un segnale ben preciso delle tendenze del pubblico e del mercato: attendere non era più necessario; anzi, era divenuto ininfluente. I videogiocatori (almeno, la maggior parte) volevano tutto pronto subito, che fosse un colpo in canna od una storia compiuta meno che discretamente. Questo concetto lo esprime tutt’oggi la maggioranza, quella che lamenta di alcuni rinvii perfettamente giustificati da parte di alcune aziende, che piuttosto che spremere il portafoglio dell’utente con storie tutte uguali puntano ad un tipo diverso di qualità e a standard più elevati. Certo, il modello degli episodici non si presta ai giochi d’azione (immaginatevi un Doom ad episodi…), ma le narrazioni che trattano di temi delicati e di scelte importanti stanno tornando ad avere valore e, guarda caso, anche il tempo di gustarsi e godere di quelle storie con loro. E quindi, perchè non presentarvi alcuni misconosciuti, tra i tantissimi videogiochi a capitoli esistenti?

The Long Dark

The Long Dark

The Long Dark è un videogioco survival sviluppato da Hinterland Studio per Pc, Xbox One e PlayStation 4. Dispone di una modalità sandbox e di una modalità single player suddivisa in capitoli. The Long Dark parla di Mekenzi, sopravvissuto ad un disastro aereo causato da una tempesta geomagnetica mentre era in viaggio con la sua compagna Astrid e schiantatosi su un’altura. Incredibilmente scampato alla morte, il nostro protagonista si ritroverà disperso in una zona gelida e selvaggia a nord del Canada e dovrà sopravvivere con le sue sole capacità al terribile gelo che consuma utensili e carne, raccogliendo legna, riparandosi ove si può, cacciando per mangiare o depredando carcasse… sempre con un occhio di riguardo alla sua salute, in quanto rimanere troppo al freddo oltre che alle forze, potrebbe ledere alle difese immunitarie di Makenzi facendolo ammalare. Attualmente il titolo vanta di 3 episodi completi, mentre il quarto è ancora in fase di lavorazione e dovrebbe uscire questo od il prossimo anno.

Song of Horror

Song of Horror

Song of Horror è un titolo survival horror puzzle dello studio spagnolo Protocol Games, con tutte le carte in regola per divenire un classico degli episodici. Inizialmente venne proposto come Kickstarter nel 2015, fallendo nel raccogliere i fondi necessari. Questo non fermò i suoi creatori, che continuarono a lavorarci in segreto per quattro anni fino a quando non riuscirono a rilasciare i primi due episodi via Steam il 31 ottobre del 2019. A seguito dell’inaspettato successo, la saga proseguì con altri tre capitoli, cinque in totale, che al momento possono essere acquistati in un’unico pacchetto con la Complete Edition uscita qualche mese fa. Detto questo, la classica formula narrativa unita ad un gameplay in terza persona molto orientato alla risoluzione di puzzle (la stessa soluzione adottata dai vecchi Resident Evil, ma con un controllo della telecamera decisamente migliore) propongono una storia atipica con atmosfere ben riuscite: il famoso scrittore Sebastian P. Husher scompare assieme a tutta la sua famiglia, ed il suo editore manda il povero Daniel a controllare cosa sia successo. Daniel è il classico assistente con più sfortuna che anima, e sparisce anche lui nel nulla per qualche giorno. Gli amici e conoscenti di Daniel a quel punto si allarmano e vanno a cercarlo a villa Husher, trovandolo vivo ma perseguitato da un’entità oscura chiamata “la Presenza”, che abita la casa ed ogni posto da cui sembra sia passato uno strano carillon. Da qui in avanti, si visitano a ritroso i vari ambienti in cui anche il carillon è passato, lasciando segni indelebili della sua presenza: sparizioni, fantasmi, ombre che ci inseguono e quel dannato mostro nell’armadio che continuerà a perseguitare ognuno dei personaggi con cui proseguiremo.

The Council

The Council

The Council è un’avventura grafica in cinque capitoli realizzata dal team francese Big Bad Wolf, recentemente proposta anche in versione completa su Pc, Xbox One e Ps4. Il protagonista del gioco è Louis de Richet, giovane membro di una società segreta chiamata Golden Order, che possiede una forte influenza a livello politico e mondiale nell’epoca del tardo ‘700 ed è ovviamente invischiata in qualsiasi tipo di affare, losco o meno. In cerca di risposte dopo la scomparsa della Madre, Louis viene invitato sull’isola privata di un misterioso aristocratico, assieme ad illustri personalità come il giovanissimo Napoleone Bonaparte, George Washington, Manuel Godoy e molte altre che gravitano attorno a loro. Caratterizzato da dialoghi ben strutturati e scelte a bivi, qualche enigma e moltissima investigazione, The Council (anche se non privo di difetti) è un buon titolo pensato a episodi per esaltare la propria componente narrativa traendo qualche particolare anche dai giochi di ruolo. I capitoli, partendo dal primo fino ad arrivare al terzo, sono un continuo crescendo di trame, svolte, intrecci e, fino ad assestarsi negli ultimi con delle trovate particolarmente inaspettate.

The Lion’s Song

The Lion's Song

The Lion’s Song è un’avventura grafica e narrativa in pixel art, un titolo indie prodotto dalla Mi’pu’mi Games che vide la luce nel 2016. E’ un’opera composta in totale da tre storie per quattro episodi, ognuno con un differente personaggio vivente in un’epoca diversa dagli altri, ma le cui decisioni alle lunghe si ripercuotono nell’arte e nel mondo dell’Austria di inizio ‘900. Wilma è una giovane musicista il cui mentore le ha dato il compito di comporre un’opera meravigliosa, obbligandola a presentarla ad un importante evento a teatro. Franz è un pittore affermato grazie alla sua capacità di rappresentare su tela la personalità dei suoi modelli, che però lui definisce imperfetti poichè privi di qualcosa. Emma è una matematica che cerca di farsi strada in un mondo accademico estremamente maschilista, in cui la donna viene trattata al pari di un tappetino per le scarpe, e cerca disperatamente di presentare le sue teorie rivoluzionarie. Se giocato con un po’ di trasporto, la forza narrativa di Lion’s Song sconvolge – non per nulla ha vinto dei premi nel 2017 per eccellenza narrativa e miglior storia. Questo piccolo capolavoro mostra come non sia necessario usare particolari espedienti per suscitare forti emozioni al giocatore, dal melodramma ad una grafica spaventosa. Basta una pixel art (per quanto decisamente ricca di dettagli e ben animata) in tricromia per ispirare quel senso di Belle-Epoque, ed una storia curata nei minimi dettagli accompagnata da deliziose musiche che vi rimarranno nel cuore. Nel caso in cui vi fidiate, il gioco costa una cifra irrisoria ed è disponibile sia per Pc che per Switch.

Tales from the Borderlands

La famosa saga prodotta da Gearbox e 2K, Borderlands, è conosciuta più o meno a tutti al giorno d’oggi. L’universo stupefacente, divertente e anarchico all’infinito di Borderlands è tale che qualsiasi suo derivato non passerebbe certamente inosservato. Quando la Telltale diede vita a quella che viene considerata la loro migliore avventura grafica, probabilmente aveva bene a mente tutte queste caratteristiche, e provò a reinterpretarle in un titolo suddiviso in cinque episodi chiamato Tales frome the Borderlands. Uscito nel novembre del 2014 per Android, Mac, Pc, Playstation 3, Playstation 4, Xbox 360 e Xbox One, Tales from the Borderlands risulta affascinante per la sua capacità di racchiudere tutte le caratteristiche della società dell’ostico mondo di Pandora e di riproporle sotto un punto di vista più umano e meno caotico, senza perdere l’iconica ironia che da sempre caratterizza la saga. La storia si ricollega solo vagamente al background narrativo di Borderlands ma lo fa con una sapienza tale da riuscire ad aggiungere una quantità spropositata di elementi che fanno da sfondo alle vicende su Pandora, rimanendo comunque un gioco dinamico che segue le proprie vicende con grande naturalezza.
Il gioco ci permette di impersonare due personaggi, Rhys e Fiona, che alterneranno le loro storie. Inizialmente i due – un impiegato della Hyperion e un’artista della truffa di Pandora – sono prigionieri di un misterioso carceriere, e la storia inizia quando ognuno di loro racconta la propria versione dei fatti, di come si siano conosciuti e assieme abbiano proseguito lungo un viaggio non proprio privo di ostacoli assieme ai loro amici in cerca di un tesoro. Ovviamente, a tutto questo si alternano spassosi sipari in cui a turno Rhys e Fiona battibeccano per aver abbellito o gonfiato troppo le vicende, ed il gioco prosegue tra decisioni che lasceranno il segno a lungo termine, camei di personaggi iconici ed ovviamente gli irriverenti interventi di Jack il Bello, pronto a rompere le scatole anche qui. Il tutto ovviamente condito da una fantastica grafica in cell-shading che si sposa perfettamente a quella della saga originale e da un ritmo elevato che incolla allo schermo. Da questo punto di vista, i passati tempi di attesa (adesso potete trovare tutti i capitoli in un unico pacchetto) di 2-3 mesi tra gli episodi si rivelano necessari per comprendere e digerire tutto quello che accade in un episodio, considerata la densità e le informazioni che ci vengono date in mano. Il bello di tutto questo? Tales from the Borderland può essere goduto anche da chi Borderlands non l’ha mai toccato con mano.

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