Abbiamo giocato la versione finale di Bounty Star: The Morose Tale of Graveyard Clem, l’ultima fatica firmata da Annapurna Interactive, un titolo che unisce due anime apparentemente distanti: quella dell’action mech e quella del gestionale leggero. Dopo averlo testato in anteprima, siamo tornati nel cuore del Red Expanse per scoprire se le promesse iniziali sono state mantenute. Il risultato? Un’esperienza singolare, capace di alternare momenti di grande intensità emotiva ad altri decisamente più di contorno, in cui il peso della sopravvivenza si misura con il rumore del vento e il ronzio del proprio mech.
Non è il classico gioco di robottoni
Dietro la corazza del Raptor MKII si nasconde un racconto intimo, dove il dolore e la redenzione diventano motori narrativi tanto quanto le turbine di un’unità d’assalto. Bounty Star non punta alla spettacolarità né all’epicità, ma alla concretezza di un percorso personale, in un mondo che non perdona. Ma una storia di redenzione sarà sufficiente a soddisfare i palati più fini?
La protagonista, Clem McKinney, è una ex soldatessa segnata da un passato di violenza e fallimenti. La sua storia si apre con una fragile tregua, un tentativo di mettere fine al ciclo di sangue che l’ha accompagnata per anni. Ma la pace dura poco: un tradimento, un attimo di fiducia mal riposta e tutto ciò che aveva cercato di ricostruire va in frantumi.
La sequenza iniziale è uno dei momenti più forti del gioco, non tanto per la messa in scena, quanto per la sua intensità emotiva. Clem seppellisce uno a uno i suoi compagni, in silenzio, per tre notti consecutive. È in quel deserto di dolore che nasce “Graveyard Clem”, la nuova identità della protagonista, un simbolo di colpa e di sopravvivenza.
È qui che comincia la vera avventura. Il Red Expanse è un territorio ostile, un ibrido tra western e post-apocalittico dove la polvere e il ferro si fondono in un’estetica ruvida e malinconica. Lo sceriffo Jake offre a Clem una via d’uscita: diventare una cacciatrice di taglie. Non per eroismo, ma per pura necessità. Così, tra inseguimenti, costruzioni e cacce nel deserto, prende forma un racconto di rinascita che alterna fasi narrative, momenti di pura azione a fasi di gestione della base e delle proprie risorse.
Un gameplay ferroso e polveroso

Come nella nostra anteprima, anche nella versione finale, uno dei punti di forza più evidenti di Bounty Star è la gestione dell’hub centrale: un sistema semplice ma ricco di sfumature. Tutto parte da un garage in rovina, che nel tempo diventa il centro nevralgico dell’esperienza. Qui possiamo coltivare, allevare animali, generare elettricità, cucinare e persino produrre carburante e munizioni. Tutto ciò del quale la nostra protagonista ha bisogno potrà essere craftato o coltivato quindi, ma ovviamente nulla è gratis.
Non si tratta di un gestionale complesso come un No Man’s Sky, ma di un sistema snello, pensato per arricchire la routine quotidiana di Clem senza mai diventare un peso. Ogni azione contribuisce alla sopravvivenza: le coltivazioni forniscono risorse, i generatori producono energia e l’acqua, fortunatamente, è illimitata. Il ritmo è scandito da giornate che terminano con il riposo della protagonista, creando una struttura ciclica e rassicurante. È una routine che funziona, perché riesce a dare concretezza alla crescita di Clem. Il garage che si evolve visivamente rappresenta il suo percorso interiore, la lenta ricostruzione di una vita distrutta, ma che passo dopo passo prende una direzione ed una forma.
Ciò che colpisce è l’equilibrio tra libertà e necessità. Non si è obbligati a curare la base, ma farlo rende l’esperienza più completa e strategica. Preparare piatti in grado di fornire bonus temporanei o creare carburante per il Raptor aggiunge profondità alle missioni successive, premiando chi decide di immergersi pienamente nella routine di Clem, e così facendo garantendogli dei benefici non essenziali ma di sicuri utili.

Il vero cuore pulsante di Bounty Star resta però il suo mech: il Raptor MKII. Prima di ogni missione possiamo personalizzare ogni parte, dal corpo alle armi, passando per sistemi di difesa e propulsione. Le combinazioni sono numerose e ogni modifica influisce realmente sulle prestazioni. Come già analizzato nella fase di accesso anticipato, le statistiche principali restano le medesime: salute, velocità, gestione termica, danno da mischia e a distanza. Queste determinano il modo in cui affrontiamo i combattimenti e grazie ad essi otterremo vantaggi o meno durante le nostre esplorazioni. Anche il sistema di surriscaldamento del raptor è rimasto invariato e si conferma uno degli elementi più riusciti: ogni colpo o scatto genera calore, e gestirlo al meglio è fondamentale per non rimanere vulnerabili nel momento sbagliato.
Le missioni si svolgono in piccole aree sandbox, dove si accettano taglie e si completano obiettivi. Spesso, oltre ai bersagli principali, troviamo attività secondarie come distruggere convogli, eliminare nidi di creature o catturare banditi. Queste attività poco memorabili, riescono comunque a spezzare la monotonia ed arricchire il giocatore che potrà fruire di premi extra una volta tornato alla base.
Anche il sistema di combattimento resta invariato. Il tutto si fonda su due pilastri: un’arma da fuoco e una da mischia. Non ci sono munizioni da gestire, una scelta che privilegia la fluidità e il ritmo. Il feeling generale restituisce un ottimo senso di impatto e immediatezza. Ogni colpo, ogni scatto, trasmette peso e reattività, rendendo gli scontri accessibili ma soddisfacenti. In aggiunta il sistema di resistenze e debolezze, costringe il giocatore a cambiare approccio e ad adattare l’equipaggiamento. Questo dettaglio aggiunge spessore impedendo al gameplay di diventare ripetitivo, e costringendo il giocatore a ragionare sulle proprie azioni.
Tecnicamente stabile ma essenziale

Nella fase finale, dal punto di vista tecnico, Bounty Star mostra i suoi limiti esattamente come la versione precedente. Nonostante l’impegno artistico e la mano esperta di Annapurna nella produzione, il comparto grafico appare modesto, con texture poco definite e ambienti spesso spogli. Il design del Red Expanse comunica bene l’idea di desolazione, ma manca quella personalità visiva che avrebbe potuto renderlo davvero memorabile. Va specificato che il frame rate è stabile ed il prodotto risulta più appagante, ma non al pari di altre produzioni attuali paragonabili.
Il comparto sonoro invece riesce a lasciare il segno. Le musiche alternano toni western e ritmi elettronici, costruendo un’atmosfera coerente con il dualismo del gioco: il passato di sangue e la speranza di redenzione. Gli effetti sonori dei mech sono poi davvero ben realizzati, capaci di restituire un senso di peso e potenza in ogni movimento.
In conclusione
Dopo diverse ore nella versione finale, la sensazione è quella di un progetto solido nelle idee ma discontinuo nella resa. La varietà di meccaniche funziona: base, combattimento, crafting, personalizzazione e missioni formano un ecosistema coerente e piacevolmente ritmico. Tuttavia, il titolo soffre di una certa ripetitività nel medio periodo, non a causa dell’ offerta, ma più per colpa delle missioni, le quali tendono a somigliarsi troppo, con obiettivi ricorrenti e scenari che cambiano solo superficialmente.
La narrazione, pur interessante, fatica a mantenere la stessa intensità dell’introduzione e procede per blocchi lineari, senza veri colpi di scena. Si ha la sensazione che Bounty Star non riesca mai a spingere fino in fondo le sue ottime premesse. Eppure, nel complesso, l’esperienza resta gratificante. L’idea di alternare combattimenti ad attività quotidiane, di passare dal calore della battaglia al silenzio del garage, crea un equilibrio perfetto.
Bounty Star: The Morose Tale of Graveyard Clem è un esperimento riuscito a metà ma dotato di un’anima forte. La miscela tra action mech e gestione della base funziona, offrendo un gameplay vario e sorprendentemente bilanciato. Le meccaniche di combattimento regalano soddisfazioni, il sistema di progressione invoglia a migliorarsi e la storia di Clem riesce, nei momenti giusti, a colpire nel segno.
D’altra parte causa la mancanza di un impatto visivo più deciso ed una serie di missioni che, pur divertenti, non riescono a restare impresse più del dovuto, si pongono da freno e riducono l’interesse di molti possibili appassionati.
La recensione in breve
Chi si avvicinerà al titolo con aspettative realistiche, troverà un’avventura sincera, ricca di atmosfera e capace di trasmettere una sensazione rara: quella di costruire davvero qualcosa, dentro e fuori dal mech. Un progetto coraggioso e genuino, con idee chiare, una personalizzazione ricca, ed il ritmo tra azione e gestione davvero piacevole. Una piccola, polverosa sorpresa nel deserto dell’action moderno.
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Voto Game-Experience
