Negli ultimi giorni Activision Blizzard è stata letteralmente colpita da una causa intentata dallo Stato della California, con al centro delle accuse tutta una serie di molestie, reiterate nel tempo, sul posto di lavoro e più in generale per una cattiva condotta sessuale di alcuni dirigenti dell’azienda.
Con il passare delle ore e dei giorni il web ha accolto mano a mano sempre più dettagli, informazioni disgustose tenute nascoste per anni da parte dei dirigenti del colosso americano e chi più ne ha più ne metta, con un quadro che è andato a prendere sempre di più i connotati di un qualcosa di marcio, terrificante e maledettamente ingiusto.
In queste articolo quindi andiamo a riportare la storia di Emily Mitchell, sviluppatrice che nel corso del 2015 si era recata presso lo stand Blizzard nel corso della conferenza, dedicata nello specifico alla sicurezza informatica Black Hat USA, sperando di essere assunta. La donna infatti aveva deciso di recarsi lì per presentare il suo curriculum in quanto ricercatrice specializzata sulla cybersicurezza, peccato che tutto sia degenerato in un qualcosa che è raccapricciante anche soltanto da scrivere.
Tutto infatti ha preso una bruttissima piega a causa di una maglietta indossata da Emily Mitchell poiché raffigurava un test dedicato alla sicurezza di una rete oppure di un sistema informatico, definito “penetration testing“. E purtroppo sì, visto il termine “penetrazione” è piuttosto facile immaginare come alcuni dipendenti di Blizzard abbiano iniziato a fare battute sessiste e di pessimo gusto, perdendo l’occasione per stare zitti.
“Uno di loro mi ha chiesto quando è stata l’ultima volta in cui sono stata personalmente penetrata, se mi piacesse essere penetrata e quanto spesso sono stata penetrata. Ero furiosa e mi sono sentita umiliata, quindi ho preso i gadget gratis e me ne sono andata.“
Ma nella vita a volte accadono delle cose meravigliose ed infatti nel corso del 2017 Blizzard si rivolse all’agenzia per la sicurezza informatica denominata Sagitta HPC (adesso si chiama Terahash). Ma loro non sapevano che nel frattempo proprio Mitchell era riuscita a ricoprire il ruolo di COO della compagnia.
La donna quindi colse la palla al balzo e spiegò il terribile accaduto di due anni prima al CEO e fondatore di Sagitta HPC, tale Jeremi M. Gosney, con l’azienda che decise di fargliela pagare a Blizzard, inserendo nientemeno che una “tassa misoginia” del 50% rispetto al normale prezzo per i propri servizi. Questi soldi in più sono stati poi donati a tre associazioni no-profit dedicate interamente ai diritti delle donne nell’industria tecnologica.
Ma le sorprese non sono finite qua, perché i dirigenti Blizzard furono costretti a scuarsi direttamente con Emily Mitchell attraverso una lettera di scuse formali.
Eccovi quanto scrisse nel 2017 Sagitta HPC:
“Invece di ignorarvi e dirvi che non vogliamo fare affari con voi, vorremmo dare a Blizzard la possibilità di redimersi. Siamo intenzionati a combattere l’inegualità e spero che Blizzard possa fare lo stesso. Nel caso non lo sapeste, oggi è la Giornata Internazionale delle Donne e, in onore di quel gioco, vorremmo aggiungere delle condizioni speciali, se Blizzard è ancora intenzionata a lavorare con noi.“.
